Uno sguardo artistico alla Commemorazione dei defunti

Quest’anno, come ricorrenza calendariale di Novembre, abbiamo scelto di parlare della Commemorazione dei defunti. Partendo, in breve, dalla nascita e significati di tale festa, giungeremo poi alle usanze e all’arte come testimonianza dell’eternità del ricordo del defunto.
In questo articolo parleremo dunque di: maschere funerarie e della chiesa di San Bernardino alle Ossa a Milano.

Dato certo di questa ricorrenza è che il defunto viene celebrato in tutte le civiltà antiche, sia esse occidentali che orientali, e non solo cristiane; ha quindi origini ed epoche differenti e la celebrazione avviene all’incirca nello stesso periodo: tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre.
Il rito della Commemorazione dei defunti sopravvive alle epoche e ai culti: dall’antica Roma, alle civiltà celtiche, fino al Messico e alla Cina, è un proliferare di riti, dove il ruolo principale è quello di consolare le anime e ricordare i defunti, perché essi possano vivere nel ricordo dei loro parenti, uno di questi culti/celebrazioni è la maschera funeraria.

L’uso di maschere funerarie è documentato da molte società del monto antico. Di terracotta, di cera, di metallo o di gesso, appoggiate sul cadavere o sull’urna, esse sono presenti sia nei rituali che prevedono l’inumazione o la mummificazione sia dove è praticata la cremazione.
Le testimonianze più antiche risalgono all’età neolitica quando erano costituite da uno strato di argilla modellato e dipinto direttamente sul volto del cadavere.
Ruolo delle maschere era quello di conservare il volto del defunto a consunzione.
La maschera non è mai un ritratto realistico del defunto, bensì una sua generica rappresentazione, la cui fissità riflette la rigidità espressiva del cadavere.

Maschere funerarie sono attestate in Egitto a partire dall’Antico Regno. Sono di gesso o formate da molteplici strati di stoffa rivestiti di stucco dipinto; quella di Tutankamon è la più conosciuto ed caratterizzata da lamina d’oro.
La maschera, parte del corredo trovato nella tomba scoperta nel 1922, è realizzata lavorando a pressione una lamina d’ora per ricavarne alvei successivi riempiti con incrostazioni di vetro e pietre preziose (lapislazzuli, ossidiana, quarzo e feldspato).

kenneth-garrett-national-geographicIl faraone indossa il copricapo chiamato nemes, un fazzoletto a righe che copre i capelli e parte della fronte. La barba posticcia intrecciata è lavorata con la tecnica del cloisonné.
La grande collana che pende sul busto è formata da file di lapislazzuli, quarzo e amazzonite. Nella zona delle spalle e sulla nuca compiano iscrizioni per la protezione del sovrano. Sulla fronte figurano le dee Nekhebet e Uadyet, rappresentati rispettivamente come avvoltoio e cobra.

Gli occhi sono di ossidiana e quarzo con tocchi di rosso agli angoli. Le orecchie sono forate per essere ornate con orecchini.
La sua maschera funebre d’oro massiccio, a grandezza naturale, posta a protezione della sua mummia, lo presenta nell’aspetto del dio Osiride. Nella simbologia egizia l’oro era “la carne degli dei”.

Pressoché ignorate in Grecia, esse ricompaiono nel mondo etrusco-romano. Per lo più di cera o di tela stuccata, la maschera degli antenati faceva mostra di sé nelle domus patrizie.
Dopo il Rinascimento l’uso di onorate i defunti illustri per più giorni dopo il decesso obbligò a sostituire la salma con i manichini di maschere di cera dipinta.

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Maschera (kpeliye), XIX-XX secolo, New York

Maschere non solo funerarie ma anche per la celebrazione di riti, come questa immagine: si tratta di una maschera elaborata e intagliata, indossata durante le cerimonie funerarie dai membri della società Poro, dall’etnia ivoriana dei Senufo. Le piume e le corna animali sono accessori inusuali e servivano forse ad accrescere il potere della maschera a combattere e allontanare dalla tribù le forze malefiche.
Le diverse parti del viso (fronte, zigomi e arcate sopraciliari) sono decorate con ornamenti geometrici di forma ricurva a rilievo e incisi. I lineamenti individuano un volto schematizzato e sicuramente femminile (come accennano le protuberanze simili a gambe presenti alla base del volto che alludono alla tradizionale acconciatura delle donne senufo).

Ecco altre immagini significative riguardanti le maschere funerarie:

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Nella tradizione più recente esse sopravvivono per scopi commemorativi nella forma del ritratto post mortem.

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Pablo Picasso, La morte di Casagemas, 1901, Parigi

Il ritratto post mortem corrisponde all’immagine grafica, pittorica, scultorea o fotografica di una persona realizzata subito dopo il suo decesso. Radicalmente diverso sia dalla maschera che dal calco e dal ritratto funebre, il ritratto post mortem nasce dall’esigenza di fissare la fisionomia del defunto nel momento irripetibile della sua morte.

Ma vediamo anche qualche altro esempio che non sia esclusivamente pittorico, anche per avere una visione più completa di tale fenomeno.

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Finora però ci siamo soffermarti su manufatti e opere il cui scopo principale era appunto quello di consolare e ricordare i defunti ma, c’è da domandarsi se esista un luogo dove si è deciso di commemorare non un defunto specifico, ma la morte in sé: uno di questi può essere sicuramente la chiesa di San Bernardino alle Ossa di Milano.

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Esterno della chiesa di San Bernardino alle Ossa

Situata nelle vicinanze del maestoso Duomo cittadino, la chiesa di San Bernardino presenta una storia atipica poiché, in epoca Romana e poi Celtica, in quell’area era situata una zona boschiva considerata sacra e denominata nemeton. Non a caso, ancora oggi, a ricordo di quel vasto territorio adibito poi a coltivazione, esistono due importanti vie, via Brolo e via Verziere. Quando, nel 1217, venne edificato un ospedale destinato ai lebbrosi, il cimitero attiguo divenne insufficiente ad ospitare le salme dei malati: si decise quindi di costruire una camera destinata ad accogliere le loro ossa, al fianco del quale, venne poi costruita la chiesa, dedicata successivamente a San Bernardino da Siena per volere della confraternita dei Disciplini.

Furono proprio i Disciplini a voler creare un ambiente del tutto singolare che, nella sua macabra struttura, lascia spazio a sensazioni ed emozioni piuttosto forti.

La chiesa, piuttosto semplice, presenta una pianta ottagonale con due cappelle laterali arricchite da altari marmorei. Appena entrati, procedendo e girando verso destra, si accede ad un breve corridoio in cui, il visitatore si trova davanti una scena alquanto macabra e sconvolgente: l’ossario.

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Chiesa di San Bernardino alle Ossa, interno dell’ossario

Le pareti interne di questo edificio, a pianta quadrata, sono quasi interamente ricoperte di teschi ed ossa, disposte in varie modi, provenienti tutte dai cimiteri soppressi dopo la chiusura dell’ospedale.
Tutte le ossa vennero poi disposte ad ornare le nicchie, i cornicioni, le porte, i pilastri in un motivo decorativo dove il senso del macabro si fonde con la grazia del rococò.

Sopra l’altare, decorato con marmi pregiati e raffigurazioni della Passione di Cristo, trova posto la statua di Nostra Signora Dolorosa de Soledad, vestita di un camice bianco e mantello nero, immortalata con le mani giunte e raccolta in preghiera.

8202301175_d7df98cd29_bMigliaia di ossa e di teschi, provenienti da individui sconosciuti e appartenenti a diverse epoche, sono qui raccolti per celebrare la morte. Per molto tempo si ritenne che tali resti appartenessero ai martiri cristiani, morti durante gli scontri con gli eretici ariani ai tempi di S. Ambrogio ma, in realtà, questi reperti provengono tutti dai morti dell’ospedale di via Brolo e dai frati e priori che lo dirigevano.

Con questo articolo abbiamo deciso quindi di compiere una sorta di percorso, un percorso che tocca diverse epoche, diverse tradizioni e diversi luoghi ma, soprattutto, diverse forme di arte, atte tutte a ricordare, in un modo o nell’altro, i nostri defunti.

Scritto da Max e Malerin 

 

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Grazie a tutti!

SPUNTI SULL’ARTE

Prima o poi doveva succedere!!
Vogliamo ringraziarvi per averci seguito e sostenuto tutto il tempo, un traguardo questo molto importante. Tuttavia non ci fermiamo e continueremo, tutti insieme, questo lungo viaggio nell’arte.
Saremo sempre disponibili ad accettare vostre eventuali richieste o, perché no, eventuali collaborazioni 🙂

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 Max & Malerin

La festa dei lavoratori

La ricorrenza calendariale di oggi, la festa dei lavoratori, cade di domenica, ma noi ci impegniamo a “lavorare” anche oggi: lo facciamo perché ci piace mantenere una certa continuità, ma soprattutto per voi che ci seguite con interesse.

ART. 1.
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Come riportato dall’Art. 1, la nostra Costituzione è fondata sul lavoro, il che, a scriverlo, fa un po’ senso, visto le condizioni in cui versiamo oggi.
Non è tanto il lavoro ad essere l’oggetto di questa ricorrenza…e quindi, in cosa consiste questa festa dei lavoratori? Vediamolo insieme in questo articolo, soffermandoci anche sull’opera manifesto, la più significativa in questo contesto, di Giuseppe Pelizza da Volpedo.

1 maggio

La festa dei lavoratori viene celebrata ogni anno in molti Paesi del mondo, per ricordare i traguardi raggiunti dai lavoratori in campo economico e sociale, grazie anche all’aiuto del movimento sindacale. Questa festa, quindi, vuole anche ricordare tutte le battaglie operaie per conquistare un diritto ben preciso: la riduzione, a otto ore quotidiane, della giornata di lavoro. I primi a movimentarsi per raggiungere questo diritto furono gli Stati Uniti: se già nel 1882 si iniziarono ad organizzare le prime manifestazioni, sarà solo con i tragici eventi del 1-3 maggio 1886 che si avrà una vera e propria presa di coscienza pubblica.

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Illustrazione dell’epoca raffigurante la manifestazione di Haymarket square

In quei giorni, infatti, gli operai della città di Chicago si trovarono impossibilitati a lavorare poiché l’ingresso delle loro fabbriche era ostacolato della presenza di diverse macchine agricole poste davanti ai cancelli. La polizia, che venne chiamata per mettere fine all’accumulo di tutta quella folla, iniziò a sparare ai manifestanti facendo diverse vittime. In risposta a questa brutalità, gli anarchici locali organizzarono una seconda manifestazione da tenersi nella piazza di Haymarket (da cui la rivolta prese il nome), manifestazione che si concluse nello stesso modo, con la polizia che ricominciò a sparare e a mietere vittime.
A queste prime manifestazioni, ne seguirono molte altre che si estesero da Chicago fino al Canada, tutte terminate con l’uccisione per impiccagione dei rivoltosi.

Spostandoci in Europa, la festività del 1° maggio fu ufficializzata dai socialisti, prima a Parigi nel 1889 e poi in Italia due anni dopo. In quello stesso anno, la rivista La Rivendicazione pubblicava un articolo su questa nuova ricorrenza affermando:

“Il primo maggio è come una parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è la parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”

Durante il ventennio fascista, questa festività venne spostata dal 1° maggio al 21 aprile, in coincidenza con il Natale di Roma così che, oltre a festeggiare i lavoratori, si celebrasse la fondazione della città di Roma da parte di Romolo. Nel 1955, papa Pio XII decise di istituire la festa di San Giuseppe lavoratore, permettendo anche ai cattolici di festeggiare a pieno titolo questa ricorrenza.

Un’opera che può essere considerata il manifesto dell’impegno sociale e umanitario è, senz’altro, il dipinto a olio di Giuseppe Pellizza da Volpedo: il Quarto Stato. 

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Giusepe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato, 1898- 1901, Milano, Museo del Novecento

Convinto che, nella società del tempo, l’artista avesse il compito di educare la popolazione, elevandola spiritualmente e culturalmente attraverso l’arte, Giuseppe Pellizza qui intende celebrare l’affermazione di una nuova classe sociale: il proletariato.

L’opera, frutto di numerosi anni di lavoro e preceduta da una serie di bozzetti e di disegni preparatori, rappresenta una folla di contadini e lavoratori che avanza verso l’osservatore, emergendo dallo sfondo di un paesaggio indefinito dominato da tonalità cupe. In primo piano, dove si concentra una luce piena e calda, troviamo tre figure, due uomini e una donna con un bambino in braccio, che guidano il corteo. La scena, probabilmente, è ambientata nella piazza di Volpedo e, i protagonisti, sono gli stessi abitanti che fungono da modello per l’artista.

Nella composizione notiamo due blocchi differenti: le tre figure in primo piano e la massa dei lavoratori alle loro spalle.

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Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato (particolare)

La donna con il bambino in braccio ha il volto della moglie di Pellizza, Teresa, che con il suo gesto sembra che voglia invitare la folla a seguirla: il movimento del corpo è sottolineato dalle pieghe svolazzanti della veste, che si avvolgono intorno alle gambe.
Al centro domina la scena quello che probabilmente è il leader della massa, un uomo che avanza tranquillo, con una mano in tasca e la giacca buttata sulle spalle, attirando la nostra attenzione con il vivido colore rosso del suo panciotto, in netto contrasto con il bianco candido della camicia. Alla sua destra, un altro uomo, con la giacca appoggiata sulla spalla sinistra, procede silenzioso e concentrato.

I contadini sullo sfondo formano una specie di quinta teatrale, disposti principalmente frontalmente; tutti i soggetti sembrano discutere tra di loro compiendo gesti molto naturali, come proteggersi gli occhi dal sole, portare un bambino in braccio o, semplicemente, volgere in avanti lo sguardo: tutto ciò sta a dimostrare un grande studio dal vero che l’artista ha compiuto prima di realizzare quest’opera.

In questo dipinto, la tecnica divisionista di Pellizza trova la sua più alta espressione, concentrando, in primo piano, i toni caldi e le gamme cromatiche più chiare, e quindi più luminose, disposte attraverso piccoli tocchi di colore.
È una situazione molto realistica, che sembra ripresa direttamente da un episodio di protesta sociale. La compattezza dei personaggi, gli atteggiamenti decisi e il procede in avanti verso l’osservatore, sono efficacissimi espedienti espressivi atti a creare allusioni sia al valore di solidarietà sociale sia alla presa di coscienza della propria forza poltica da parte di tanti individui che si sentono sempre più una “classe sociale” capace di rivendicare i propri diritti.

In questo quadro, tutto contribuisce a rendere l’idea di compattezza e unione di questa nuova classe che, attraverso numerose lotte, otterrà una posizione politica di importante peso nella società moderna.

Scritto da Malerin e Max

Il Fuori Salone all’Università degli Studi di Milano

Eccoci qui ad affrontare un’altra ricorrenza calendariale, non si tratta di una festa bensì di una ricorrenza, stiamo parlando del FuoriSalone! Un evento annuale che tutti i designer del mondo aspettano e dove Milano si trasforma e si arricchisce di novità ed eventi. Quest’anno il FuoriSalone prevede come durata dell’evento dal 12 al 17 aprile.
In ogni dove spuntano installazioni temporanee, sfilate e numerosi negozi prestano i loro locali e le loro vetrine per permettere l’esposizione di sontuosi pezzi di design, usciti dalla fantasia di qualche “bizzarro” creator.
Noi ci concentreremo sulle istallazioni realizzate nella nostra università, Università degli Studi di Milano in via Festa del Perdono e vi documenteremo alcune di esse con foto (artistiche e professionali) scattate da Max.

Alcuni degli eventi a Milano sono (tra i tanti):

CasaVitra: si tratta di un’istallazione “Colour Machine” dedicata alla Vitra Colour & Material Library. L’idea e l’ispirazione di Hella Jonjerius, relativamente a colori, sono tessuti e materiali. La lounge al  secondo piano di CasaVitra presenta una selezione di prodotti della Vitra Home Collection  offrendo un spazio dove i visitatori possono trattenersi e godere dell’atmosfera.

“KŪKAN” The Invention of Space: si tratta di un’installazione composta da sette pannelli verticali, che riproduce un connubio tra spazio, suoni e immagini, per farvi vivere un’esperienza sensoriale unica e irripetibile. Camminando tra i pannelli, potrete immaginare un nuovo spazio, diverso in base alla prospettiva da cui lo si osserva. I sette pannelli sono stati creati apposta per far nascere ogni volta uno spazio diverso e ignoto, a seconda della posizione e della direzione di chi lo guarda
I sette pannelli, che hanno come motivo la bellezza della natura e la visione del mondo tipicamente giapponese, riflettono in maniera efficace i confini in contrasto con il senso estetico che si tramanda sin dall’antichità nelle arti, e creano un nuovo “spazio” che separa e collega il Giappone dal resto del mondo, dando vita a un’ispirazione continua e illimitata.

The nature of motion: Il design di Nike anticipa il potenziale del corpo umano attraverso una sinergia di forma, funzione e movimento. L’ossessione di Nike per il Natural Motion persiste e per ogni innovazione il divario tra prodotto e corpo diminuisce.
In occasione del Salone del Mobile Milano 2016, dieci designer contemporanei e innovativi si sono uniti a Nike per esplorare il tema di Natural Motion attraverso vari mezzi. Alcuni lavori sono concettuali (anticipando le future tecnologie) e altri pratici. In molti casi sono stati utilizzati alcuni dei materiali unici di Nike, come il Flyknit.

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Come ogni hanno anche la nostra università, ospita numerose installazioni di artisti contemporanei arrivando a creare uno scenario suggestivo in cui antico (l’Ospedale Maggiore del Filarete) e contemporaneo convivono.
Noi siamo andati per voi a documentare questo evento nella nostra Università, scattando delle fotografie (meravigliose e professionali ahahha), peccato per il brutto tempo.

Solitamente si lascia per ultima l’attrazione più bella,  quella che viene comunemente definita come “ciliegina sulla torta”, noi però, trasgressivi come siamo, ne parliamo subito.
L’istallazione/attrazione che ha riscosso più euforia, di cui noi stessi ci siamo lasciati pervadere, è stata sicuramente la Torre. Torre intesa come modello archetipico ispira un’istallazione monolitica composta da 366 pannelli led, che promuove la creatività condivisa: sullo schermo sono proiettati disegni realizzati dagli autori dell’istallazione e dai visitatori, grazie a postazioni predisposte con tablet e pennini.

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Ecco in questo caso le foto non sono venute un granché perché Malerin non riusciva a scrivere sul tablet e quindi ci siamo invertiti i ruoli: io ho scritto e lei ha fotografato.
Ma cosa abbiamo scritto secondo voi? ahahah non è difficile, abbiamo fatto un po’ di pubblicità occulta!!

Altra installazione molto interessante è stata “L’arte della fotografia“: la fotografia diventa istallazione di design in una composizione di opere a tiratura limitata ispirata al modello espositivo dei Salon parigini.
Opera su un grande pannello (che occupa un’intera parete) in cui si ha una sorta di collage di diverse fotografie appunto ad rievocare la tipologia espositiva dei Salon parigini, in cui in una parete venivano affissati molti quadri.

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Questa installazione, progetto creativo di Lorenzo Marini group, è celbrativa della 55a edizione del Salone del Mobile, un avvenimento che attesta un importante punto d’arrivo.
La nuova immagine, protesa tra passato e futuro, si rivela un intreccio tra il numero 55, foneticamente musicale, e l’occhio, primo simbolo usato dal Salone del 1961.

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Ultima installazione di cui vogliamo parlarvi, ultima perché non vogliamo rivelarvi le altre per chi dovesse ancora andarci (ce ne sono molte altre), è “Confini aperti” di Massimo Iosa Ghin.
Due unità abitative semplici, rivestite in ceramica, simboleggiano il confine tra esterno e interno, caos e ordine, individuo e collettività: all’esterno la superficie è ondulata, piegata e fratturata, mentre all’interno lo spazio è definito da un rivestimento di piastrelle bianche riflettenti.

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All’interno di questo edificio architettonico, impossibile da fotografare per varie ragione (spazio piccolo con troppe persone, poca luce e vedremo ora perché), sul soffitto vi era un grande schermo in cui vi erano scene/immagini di fenomeni atmosferici (per lo meno quando eravamo entrati noi c’erano quelle) che quindi creavano atmosfere sensoriali interessanti.

Concludiamo ora lasciandovi la visione di altre fotografie, sperando possano suscitarvi ispirazione, curiosità e la voglia di andare, perché no, qui nella nostra Università a dare un’occhiata. Informandovi, anche, che il termine delle installazioni è il 23 aprile. 😀

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Scritto da Max e Melerin

 

 

La Resurrezione di Cristo

Auguro una buona Pasqua a tutti e in particolare ai nostri lettori!! Oggi abbiamo realizzato il secondo articolo per la rubrica “Ricorrenze Artistiche“, che, per chi ancora non conoscesse la funzionalità di essa, può informarsi qui: https://spuntisullarte.wordpress.com/perche-questo-blog/ricorrenze-artistiche/.
Essendo la Resurrezione di Cristo un tema molto rappresentato nell’arte, abbiamo deciso di analizzare il tema attraverso una pittura, di cui si occuperà Malerin, e di una scultura, di cui invece vi parlerò io.

La Pasqua è la principale solennità del cristianesimo. Essa celebra, secondo tutte le confessioni cristiane, la risurrezione di Gesù, che avvenne nel terzo giorno dalla sua morte in croce, come riportato dalle Scritture.
Ma ora addentriamoci in tale fenomeno con l’ausilio di opere d’arte.

3145-Donatello_2C_pulpito_della_passione[1]Entrando nella chiesa di San Lorenzo, a Firenze, sotto le ultime arcate della navata centrale della basilica, sono collocati i due Pulpiti di Donatello, le ultime opere eseguite dal maestro e ritenute in larga parte autografe: quello di sinistra è dedicato al tema della Passione di Cristo, quello di destra alla Resurrezione. In quest’ultimo sono rappresentati gli episodi evangelici con Le Marie al Sepolcro, La Discesa di Cristo al Limbo, La Resurrezione (di cui parleremo), L’Ascensione, la Pentecoste e anche Il Martirio di San Lorenzo.
Le scene sono divise e sormontate da elementi architettonici e, nel lato verso la navata laterale, sono posti due pannelli lignei: uno raffigurante la Flagellazione di Cristo, l’altro, che funge da sportello di accesso, San Luca Evangelista.

L’opera è di notevoli dimensioni (3.10×1.25×1.60 metri) ed è costituita da vari elementiciao ciao bronzei assemblati, commissionata da Cosimo il Vecchio a Donatello verso gli anni tra il 1453, data del ritorno del maestro da Padova, e il 1466, anno della sua morte.
Ancora incerte restano le ipotesi relative alla sequenza iconografica, alla dislocazione e alla destinazione d’uso degli stessi, poiché sappiamo che fu­rono mon­tati dopo la morte di Do­na­tello (1466) e che con­ten­gono an­che parti do­vute ai suoi col­la­bo­ra­tori Ber­toldo di Gio­vanni e Bar­to­lo­meo Bel­lano, ampiamente citati dal Vasari, ol­tre a pan­nelli li­gnei di­pinti a finto bronzo.

5c1abdcb-130f-458b-9d78-6a073fc2d29c_800x600Una delle scene raccontate in questi rilievi è la Resurrezione di Cristo (vedi immagine sopra) nel quale si eleva la figura trionfante di Cristo, che si erge ben sopra la cornice, dominando cosi l’intera scena.
Le guardie armate sono tutte cadute addormentate nelle più diverse posizioni e le loro armature ed equipaggiamenti sono trattati con molta cura e realismo.
Gli scudi sono decorati da vari simboli araldici (uno scorpione, un putto a cavallo) e dalla scritta SPQR (sigla del latino Senatus Populusque Romanus, in italiano “Il Senato e il popolo romano”).

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Particolare del Cristo risorto (restaurata)

Il Cristo, sostenendo la bandiera crociata e , in modo inusuale, indossando le bende funebri, poggia il piede sul sepolcro e si presenta alla condizione di Redentore-Risorto.
Ma il suo aspetto è tutt’altro che trionfante, sembra piuttosto esprimere il tormento del tributo fisico che la Morte ha richiesto.
Tale iconologia devia dalla tradizionale cristologia ed anche la composizione risulta del tutto originale, spostata sul lato sinistro, invece della abituale disposizione triangolare, con il Cristo al vertice.
In tutti  i rilievi c’è un elemento di stile che predomina ed è quello dell’emozione forte: vi traspare sempre una violenta  espressività.
Non c’è quella saggia e  quieta presa di distanza dal mondo tipica di un uomo vecchio e stanco: c’è, al contrario, un’ esigenza di esprimersi di un’energia travolgente.

Il non-finito, le deformazioni fisiognomiche e le libertà stilistiche delle scene, un tempo bollate come “errori”, sono invece scelte consapevoli, alla base dell’intensità espressiva e drammatica dell’ultima opera di Donatello.

Ma vediamo ora come si traduce tutto ciò in pittura.

Una delle scene pittoriche più emblematiche e ricche di pathos riguardante la Resurrezione può essere, senz’altro, quella affrescata da Giotto nella Cappella degli Scrovegni: qui, il famoso pittore organizza, in quattro fasce a pannelli, le storie di Gioacchino e Anna, quelle di Maria e, infine, le storie della Passione di Cristo.
Fra le scene della Passione, figura quella che a noi interessa maggiormente, ossia quella della Resurrezione e Noli me tangere, posta nel registro centrale inferiore della parete sinistra, rivolta verso l’altare.

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Giotto, Resurrezione e Noli me tangere, 1303-1305, Padova, Cappella degli Scrovegni

La locuzione latina noli me tangere (in italiano, non mi toccare), viene attribuita a Gesù, che l’avrebbe rivolta a Maria Maddalena subito dopo essere risorto. Ce ne da testimonianza il Vangelo secondo Giovanni (20, 17), dove Gesù afferma, rivolgendosi alla Maddalena “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va dai miei fratelli e di loro: io salgo al Padre mio e al Padre vostro, Dio mio e Dio vostro“.
La scena, affrescata da Giotto, ci mostra due episodi: a sinistra, il sepolcro vuoto di Cristo, a testimoniare l’avvenuta Resurrezione, a destra, invece, Maria Maddalena inginocchiata davanti all’apparizione di Gesù Cristo, ormai trionfante sulla morte. Sul sarcofago di marmo rosa, di cui si ricorderà Piero della Francesca nel suo Cristo Risorto conservato a Sansepolcro, stanno seduti due angeli, mentre, ai suoi piedi, addormentati e sfiniti, riposano le quattro guardie che nulla vedranno di quello che sta accadendo.
Ricca di interiorità è la scena posta sulla destra in cui Maria Maddalena dialoga con Cristo, con una trepida tenerezza e una comunione che va oltre la morte. Durante questo dialogo carico di devozione, la Maddalena vorrebbe trattenere Gesù che invece si sta allontanando, mentre sotto i suoi piedi, rifiorisce la natura. Gesù, durante il loro dialogo, si esprime con dei gesti, con sguardi eloquenti e dolci, per far intendere, alla povera donna, che quel momento di unione non è possibile; mentre, con l’altra mano, regge un vessillo crociato su cui campeggia la scritta “VI[N]CI/TOR MOR/TIS”, simbolo della sua Resurrezione.
Sullo sfondo si notano delle rocce che declinano verso destra, dove avviene il nucleo centrale dell’episodio. Gli alberi, a differenza di quelli che compaiono nella scena del Compianto, sono secchi a sinistra (e idealmente rimandano a quel “prima” della Resurrezione), mentre a destra tornano rigogliosi. L’episodio si caratterizza per un’atmosfera sospesa, che verrà anch’essa ripresa da Piero della Francesca.

Come in altre numerose opere di Giotto, si può notare che ogni personaggio ha una propria caratterizzazione fisionomica e realistica, come anche una caratterizzazione psicologica.

Giotto e i suoi allievi riprenderanno la scena del Noli me tangere anche nella Cappella della Maddalena nella basilica inferiore di Assisi, con la stessa rappresentazione del sepolcro vuoto. Non solo Giotto lo affrescherà, ma anche altri numerosi artisti del tardo medioevo e del Rinascimento, come Duccio di Buoninsegna e Paolo Veronese, oppure Hans Memling e Hans Holbein. Anche gli psicologi moderni si sono soffermati su questo particolare momento biblico, identificandola con il rifiuto e la paura totale del contatto.

In conclusione, auguriamo ancora una buona Pasqua a tutti i nostri lettori e diffondiamo l’arte!

 Scritto da: Max & Malerin

Artemisia Gentileschi

Auguro una buona giornata a tutte le lettrici che ci seguono!! Oggi come avrete intuito non è domenica, ma è martedì 08 marzo, giorno insolito per pubblicare articoli.
Ebbene pubblichiamo questo articolo per inaugurare la nostra nuova rubrica dedita alle festività caledariali, ovviamente da un punto di vista artistico, di cui potrete seguire e avere informazioni più dettagliate qui: (https://wordpress.com/page/spuntisullarte.wordpress.com/879).

Approfittiamo della giornata delle donne per parlare del loro ruolo nell’arte, soffermandoci, poi, sulla figura di Artemisia Gentileschi.
Talvolta ci si chiede quante donne siano entrate a far parte della Storia dell’arte. La nostra memoria è affollata di così tanti nomi maschili che, nell’immaginario collettivo, c’è sempre la presenza di un uomo con pennello e scalpello intento a realizzare un quadro o una scultura.
E le donne? Per molti secoli restano “invisibili” fra le mura di casa o di un convento, dedite alle arti cosiddette minori quali il ricamo, la tessitura e la miniatura.
Nel Medioevo non possono intraprendere alcun tipo di apprendistato nelle botteghe d’arte o artigiane; per cui fino al Cinquecento viene repressa e ignota ogni loro aspirazione artistica. (per approfondire meglio questo argomento, vi consiglio la lettura di questo articolo tratto da un mensile di informazione culturale intitolato Letture: http://www.url.it/oltreluna/edicola/donnal’altramet%E0dell’arte.htm).
Nel 1562 era sorta a Firenze l’Accademia europea del Disegno, ma solo nel 1616 vi fu ammessa una donna. Si trattava di Artemisia Gentileschi, la maggiore pittrice del Seicento, fra i massimi artisti italiani d’ogni tempo. Tre anni prima del suo ingresso in Accademia, Artemisia aveva già dipinto il suo capolavoro “Giuditta che decapita Oloferne” (di cui parlerà Malerin), una tela che rievoca il cruento episodio biblico trattato anche da Caravaggio.

Chi è Artemisia Gentileschi?
Artemisia Gentileschi è stata definita un’icona del femminismo moderno, ma forse sarebbe più corretto ritenerla una singolare forma di eroismo femminile, che prende forma da un processo di autonomizzazione dal collettivo. Ciò nonostante, è una grande artista, una tra le pittrici e senz’altro la più originale dell’epoca (XVII secolo), “l’unica donna in Italia“, a detta di Roberto Longhi, “che abbia mai saputo cosa sia la pittura“.
Infatti, anche coloro che la reputano una “minore” le riconoscono una capacità del tutto peculiare.
In Artemisia vi è la scoperta di una grande novità: la dimensione dell’alterità pittorica, di un differente modo di rappresentazione e di vedere la realtà, fino a quel momento caratterizzata al maschile; un modo espressivo “di genere” antichissimo, eppure del tutto nuovo perché fino a lei lasciato nel silenzio.
Lei, che per prima ha dipinto volti femminili autentici, strappati alle iconiche interpretazioni maschili, divenendo pura interprete del femminismo, viene degradata ad un mero oggetto sessuale.

La donna, infatti, viene ricordata più che per il suo talento artistico, per la tragica vicenda che la colpì, ossia lo stupro perpretato dal pittore Agostino Tassi, amico del padre e suo maestro di prospettiva. Questo orribile evento si rispecchia in alcune fra le prime opere della giovane, come Susanna e i vecchioni del 1610 dove, nelle figure dei due uomini è impossibile non associare il padre di Artemisia, Orazio, e il maestro Agostino e nella tela che raffigura Giuditta che decapita Oloferne del 1620.

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Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1620, olio su tela, Firenze, Galleria degli Uffizi

Il soggetto di questa tela è tratto dall’Antico Testamento: l’eroina della Bibbia Giuditta, esempio di virtù e di castità, viene rappresentata, insieme ad una ancella, nell’atto di tagliare violentemente la testa del suo rivale e nemico Oloferne, un condottiero assiro da lei ingannato con la seduzione.
Con la sola eccezione della Giuditta e Oloferne di Caravaggio, conservata a Roma, non era mai stata dipinta una scena così drammatica come quella raffigurata in questa tela.
La fonte di luce proveniente da sinistra, che illumina i corpi dei personaggi, conferisce al dipinto un forte coinvolgimento drammatico, accresciuto anche dall’inquadratura serrata. Gli squarci di luce mettono in rilievo le figure dei tre protagonisti della scena. Le tonalità cupe sono tipiche del barocco e contribuiscono a conferire un tocco di teatralità alla scena. I gesti e gli sguardi delle due donne sono studiati nei minimi dettagli, così come il disperato tentativo del guerriero che oppone, anche se invano, tutta la forza per impedire che l’eroina possa tagliargli la testa. I colori luminosi e vibranti, in particolare quelli della veste di Giuditta, esaltano tutta la femminilità della giovane.

Con la sua cruenza, l’opera è stata interpretata, dai critici, in chiave psicologica, come un desiderio di rivalsa di Artemisia verso la violenza sessuale subita ad opera di Agostino Tassi. Roberto Longhi, nel 1916, arriverà ad affermare:

<<Ma -vien voglia di dire- ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?  […] qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo…>>

La tela, probabilmente dipinta per Cosimo II de’ Medici, viene completata a Roma appena dopo il ritorno dell’artista, dopo sette anni trascorsi a Firenze. Per la sua violenza, l’opera fu confinata nel seminterrato di Palazzo Pitti e, solo dopo la morte di Cosimo II, Artemisia venne pagata e la sua opera collocata negli Uffizi, anche grazie alla mediazione dell’amico Galileo. Del quadro, però, esiste una prima versione, più piccola e con una cromia differenze che risale al 1612-13, conservata al Museo nazionale di Capodimonte.

Negli anni subito successivi al processo, la giovane artista iniziò a distaccarsi dalla propria famiglia, assumendo il cognome Lomi e conducendo la propria vita a Firenze; ma il suo successo non avrà limiti e approderà anche a Venezia e a Napoli, città dove venne stimolata da tutti quei cantieri e dalle nuove possibilità di lavoro. La sua fama raggiungerà anche l’Inghilterra, dove collaborerà con il padre alla decorazione a soffitto della Casa delle Delizie per la regina Enrichetta Maria.

Per la giornata della donna, abbiamo deciso di omaggiare questa pittrice che, come tante altre donne, è finita nelle grinfie dell’uomo sbagliato; abbiamo voluto ricordare la sua storia e i suoi meriti poiché fu una delle prime a voler emergere in un mondo che, purtroppo, non permetteva alle donne di essere ciò che desideravano.

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                                                                                            Scritto da: Max & Malerin