L’Urbanistica Cinquecentesca

Intorno alla metà del Cinquecento molte città italiane mutano il proprio profilo esterno, circondandosi di poderose cinte fortificate, edificate sia per difendere militarmente il territorio urbanizzato sia per controllare meglio l’esazione daziaria, che costituiva una cospicua fonte di guadagno, sia, infine, per erigere una barriera sanitaria necessaria a isolare gli abitanti per evitare contagi.
Tali imprese vedono all’opera ingegneri specializzati per progettare e dirigere gli altrettanto colossali cantieri, che coinvolgono architetti di norma attivi in campo civile o ecclesiastico.

Scopi prevalentemente militari e difensivi inducono gli stati a fondare presidi fortificati totalmente nuovi, come nel caso di Terra del Sole, voluta da Cosimo I ai confini tra la Toscana e la Romagna pontificia, o di Palmanova, fatta costruire dai veneziani nell’entroterra friulano nel 1593 come città fortezza.

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Palmanova, veduta aerea

In questi casi vengono impiantate vere e proprie città ideali, regolari nel profilo quadrangolare o poligonale, percorse da tracciati ortogonali, che oltre a razionalizzare i percorsi danno corpo e forma alle molte teorizzazioni dei trattati urbanistico- militari e rievocano gli impianti dei castra romani poi trasformatisi in città. In altri casi, come a Pontovecchio in Corsica, edificata per volontà dei genovesi, la nuova città ha anche la funzione di colonizzare un territorio ancora spopolato e di avviare il programma di bonifica della costa.

Nell’Italia meridionale, posta sotto il diretto dominio spagnolo, le due capitali, Napoli e Palermo, sono oggetto di importanti opere di riqualificazione urbanistica di antichi tessuti abitativi, dovute sia al forte aumento della popolazione sia alla necessità di rinforzare le difese in funzione antiturca.

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Bastiaen Stopendaal, Pianta di Napoli nel XVII secolo

A Napoli, il viceré promuove la risistemazione delle antiche fortezze interne, l’impianto delle mura e fa tracciare nella parte nuova della città una lunga via rettilinea, via Toledo, affiancata da un tracciato viario ortogonale che, inizialmente destinato a ospitare le truppe, è ben presto trasformato in area residenziale, votata a favorire un piano di risanamento e di recupero della sicurezza urbana. Tale zona, ancora oggi denominata dei quartieri spagnoli, contrasta per il suo tracciato regolare con il groviglio medievale della pianta cittadina.
A Palermo, qualche decennio più tardi, i viceré spagnoli provvedono ad ampliare e a irrobustire le mura e di conseguenza anche la città, che viene tagliata da due assi viari rettilinei e perpendicolari che si sovrappongono al reticolo policentrico della città medievale: si tratta dell’antico rettifilo del Cassaro, oggi corso Vittorio Emanuele.

Tra gli episodi di riqualificazione urbanistica cinquecentesca, un caso a parte è costituito dalla realizzazione, a partire dal 1550, dalla Strada maggiore di Genova, poi detta Strada Nova e oggi intitolata a Garibaldi.

6a Pianta di Giacomo Brusco 1766 dalla raccolta dei Giolfi Palazzo Rosso ufficio Belle Arti (3)

Planimetria della Strada Nova a Genova

In una stretta porzione urbana, nel breve volgere di quatto decenni vengono così erette le dimore dei più importanti cittadini che, per secoli, si tramandano il potere. La costruzione della Strada non viene dunque dettata né dalla pressione demografica né dalla necessità di potenziare direttrici di traffico, ma è invece giustificata da esigenze estetiche e dalla volontà di creare un nucleo residenziale elitario ed esclusivo. Il coordinatore dei cantieri fu Bernardino Cantone da Cabio, che conferisce grande unità agli edifici, per lo più impostati su strutture cubiche e sviluppati con grande varietà di soluzioni lungo l’asse verticale.

Un riordino monumentale e scenografico è quello di Venezia, che viene qualificato da edifici di fondamentale importanza civile, commerciale e religiosa come il Palazzo Ducale, la basilica di San Marco e la Loggia dell’Orologio.

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Piazza San Marco, Venezia

La sistemazione evidenzia la grande sensibilità di Sansovino che vi coniuga la propria formazione razionale tosco-romana con le preesistenze locali e dimostra la natura universale del linguaggio architettonico fondato sull’antico. Nell’affidargli l’incarico, il governo della Serenissima intende presentare al mondo un centro che riassuma, con chiara e moderna evidenza monumentale, la grandezza e la storia della città. Per risistemare l’area, Sansovino fa costruire ex novo gli edifici della Zecca e della Libreria, progetta le cosiddette Procuratie Nuove e maschera la fronte del basamento gotico del campanile di San Marco con una Loggetta marmorea decorata da rilievi celebrativi.

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Loggetta del campanile di San Marco, Venezia

Oltre alla funzione di mitigare lo slancio verticale del campanile, Sansovino affida alla Loggetta il compito di celebrare i fasti e il mito di Venezia. La Loggetta contiene infatti le rappresentazioni della capitale, delle città della terraferma e dei domini marittimi, ribadendo l’importanza dello stato nel suo insieme, non più isolato nel rapporto con l’area orientale del mondo.

La Libreria marciana, destinata ad ospitare la ricchissima biblioteca di codici latini e greci, è concepita come un unico edificio ad andamento orizzontale: l’abbondante decorazione scultorea, le conferisce una caratterizzazione pittorica, che rivela la forte interazione dell’ambiente lagunare con la visione sansoviniana.

In conclusione si può dire che l’aumento della popolazione, necessità militari ed esigenze di decoro guidano, nel Cinquecento, i numerosi interventi di riqualificazione del tessuto urbano che trasformano il volto di molti centri della penisola. I tracciati nelle nuove aree sorte o risistemate in questo periodo presentano tutte una caratteristica regolarità che talora contrasta con il disordine dei precedenti insediamenti di età medievale.

Scritto da Malerin

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