Zaha Hadid (1950-2016)

“L’architettura deve offrire piacere. Entrando in uno spazio architettonico, le persone dovrebbero provare una sensazione di armonia, come se stessero in una paesaggio naturale, al di là delle dimensioni e del valore economico dello stesso. Proprio qui risiede il mio personale concetto di lusso: è qualcosa che non ha nulla a che vedere con il prezzo, piuttosto con le emozioni che l’architettura riesce a trasmettere”

Il giorno 31 Marzo 2016 si è spenta una delle figure femminili più importanti della storia dell’architettura contemporanea…sto parlando di Zaha Hadid. Considerata la regina dell’architettura, questa donna ha lasciato, in tutte le città del mondo, impronte del suo operato, della sua creatività e del suo genio, disseminando opere che rappresentavano il futuro e la sua concezione di spazio, fatto di strutture contorte, allungante, piegate e, spesso, fantastiche.

Zaha Hadid nasce a Bagdad nel 1950, quando questa città era ancora considerata, nell’immaginario dell’uomo occidentale, la capitale dei califfi delle Mille e una notte. Proveniente da una famiglia benestante, fin da bambina venne educata allo studio come opportunità di realizzazione personale, indirizzandosi verso le discipline matematiche e frequentando, prima, l’Università americana a Beirut e, poi, l’Architectural Association a Londra. Osservando i suoi progetti è facile percepire che, con la sua formazione, ha saputo coniugare l’estrema libertà espressiva con il rigore formale di una mente matematica.
È proprio a Londra che, negli anni ’70, si immerge in un mondo di effervescenza culturale: dalla musica alla moda, dalla img-zaha-hadid_115546987877politica ai movimenti di liberazione femminile, Londra era l’indiscussa capitale di ogni stimolo europeo.
Da bambina, aveva avuto modo di vivere, ogni giorno, a contatto con la nuova architettura che, negli anni ’60, era uno dei motivi d’orgoglio dell’Iraq ma, giungendo a Londra, poté vedere con i propri occhi edifici che saranno alla base della sua formazione, opere dei maestri come Gio Ponti e Le Corbusier. Quindi, da loro, prenderà gli elementi che stanno alla base del suo operato, del suo progetto, ossia la logica e l’intuizione.

Al centro degli scritti di e su Zaha Hadid vi è la questione dell’architettura, che non produce solo spazi, ma anche immagini. È proprio l’analisi del suo lavoro a fornire un insieme dei saperi attraverso i quali si possono comprendere gli effetti di un’architettura sul territorio. Questa trasformazione ha ridefinito il mestiere dell’architetto e ha stimolato il dibattito sulla capacità di immaginazione dell’architettura, sulla sua attrattiva visiva che spinge a riflettere sulla relazione fra arte e architettura.

Zaha Hadid non si è specializzata in un particolare settore creativo, ma progettava a trecentosessanta gradi. Aveva una personalità capace di giocare un ruolo strategico in molti ambiti dell’industria culturale contemporanea: quindi, non solo architettura, ma anche design, moda, pittura e cinema. La sua immagine coincideva con i suoi interessi e le sue passioni e, una di queste, era la moda.

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Zaha la moda la conosce, la compra e la sceglie come personale strategia di comunicazione. Tra i clienti della Hadid ci sono alcuni dei marchi più conosciuti della moda, di gioielli (tant’è che con Swarovski avrà un rapporto privilegiato) o di scarpe, sia con Melissa, colosso brasiliano delle calzature in plastica, sia con Lacoste, per cui ha progettato dei calzari e delle scarpe in serie limitata, la cui texture è una digitalizzazione del mitico coccodrillo. Per la moda ha anche collaborato con uno stilista, Neil Barrett, per la realizzazione di alcuni negozi: ha curato il progetto dello store di Tokyo e, altri a Seoul, Hong Kong, Londra e Milano.

Per quanto riguarda l’architettura, il suo studio è uno dei più importanti al mondo ed era animato dall’energia di una donna capace di esercitare tutti i compiti fondamentali di un architetto: la ricerca, l’attività sul campo e la comunicazione, sintetizzando un nuovo linguaggio e creando un metodo. Fiore all’occhiello della sua carriera in questo campo, fu l’assegnazione, nel 2004, del premio Pritzker Prize (premio che annualmente viene consegnato all’architetto vivente le cui opere dimostrano una combinazione di talento, visione e impegno, e che ha prodotto contributi consistenti e significativi all’umanità e all’ambiente), diventando la prima donna nella storia a ricevere questa onorificenza.

In Italia, sono quattro le città che possono ricordare la creatività e l’ingegno di Zaha Hadid: Milano, Salerno, Cagliari e Roma.

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Zaha Hadid, Torre Hadid (o lo Storto), rendering

La Torre Hadid, soprannominata lo Storto, è uno dei tre grattacieli previsti nel progetto CityLife, il cui scopo era quello di riqualificare, entro il 2014, la zona dell’ex Fiera di Milano. La torre, non ancora conclusa, si svilupperà per 44 piani e avrà un’altezza complessiva di 175m: dei 44 piani, 39 saranno adibiti ad uffici. Il 1° febbraio di quest’anno, i lavori sono arrivati al trentaquattresimo piano.
Caratteristica distintiva dell’edificio, da cui deriva appunto il soprannome, è la torsione che viene attenuata sempre più con l’aumentare dell’altezza, fino a raggiungere la verticalità. La lobby, alta due piani, fungerà da ingresso della piazza e della sottostante metropolitana e, sarà contraddistinta anch’essa da linee sinuose, come per la facciata.
Infine, ai piedi della torre, sarà situata una galleria commerciale.

A Salerno, Hadid ha avviato, nel 2007, la costruzione di una Stazione marittima: l’edificio di due piani è, al livello inferiore, un terminal per i traghetti locali e, al superiore, una stazione per le crociere.
La geometria del progetto, che inizia a essere visibile da più angoli della città, definisce gli spazi della stazione attraverso una struttura di cemento a vista. L’immagine a cui si ricorre per descrivere l’edificio è quella dell’ostrica, a causa dell’idea che i due livelli sembrino due gusci contrapposti.

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Il livello inferiore è stato progettato con dei vani pieni raccordati, nelle due direzioni di accesso alla stazione, da passerelle curvilinee. Quello superiore è una superficie continua più estesa, dal momento che il raggio di curvatura è più ampio: questo grande “lenzuolo” poggia su setti di cemento armato che sono veri e propri tiranti strutturali della copertura. Seppur piccola, l’architettura è agile e ha l’obiettivo di diventare una prima alternativa al porto, ormai affollato, di Napoli.

A Cagliari, la Hadid è conosciuta per il Betile, un museo mediterraneo per l’arte nuragica, edificio che venne progettato ma mai costruito.

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Zaha Hadid, Museo del Betile, rendering 

Questo edificio sarebbe dovuto diventare un punto di riferimento per le ricerche artistiche condotte nell’area mediterranea, uno spazio di dialogo e scambio fra diversi popoli e culture. Questo spazio fluttuante fra cielo, mare e terra, aveva affascinato e fatto discutere tutti i cagliaritani, che iniziarono a guardare la propria città con occhi nuovi e prospettive diverse, iniziando a domandarsi come sarebbe stata la loro città in un futuro non troppo lontano. Nel corso degli ultimi dieci anni, il Betile è diventato un sogno perduto per la città di Cagliari, che voleva diventare la nuova Bilbao del Mediterraneo.

Il progetto più maestoso e, questa volta concluso, è però quello di Roma: il MAXXI o Museo delle Arti del XXI secolo.

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È il 1998, quando il Ministero della Difesa cede l’aria delle ex caserme Montello al Ministero per i Beni e le attività culturali perchè vi realizzi un centro nazionale per le arti contemporanee del XXI secolo. L’anno seguente, viene indetto un concorso internazionale al quale giungono 300 proposte, ma sarà il progetto della Hadid ad aggiudicarsi la vittoria. Il quartiere Flaminio ha dettato alcune linee fondamentali del progetto: il sito è infatti a forma di L e, il lato est, in direzione del Tevere, corre parallelo a strade con edifici che dovevano essere conservati. Nel realizzare questo imponente edificio, Hadid ricorre al cemento armato, un segno ricorrente nella pratica del suo studio. Nel MAXXI, le pareti di cemento sono lisce e il riflesso della luce accentua la sensazione di assenza di punti di riferimento. Ha una pianta aperta, dotata di gallerie flessibili e prive di pareti che l’attraversano, nel rispetto del principio guida del flusso. Nella disposizione degli spazi, c’è un gioco di pareti curve, che crea ambienti senza limiti per gli allestimenti. Questo progetto, fa pensare ad un luogo di attualità, rappresentando un’eccezione rispetto alla museologia tradizionale. Questo fattore ha scatenato numerose critiche da parte degli addetti ai lavori, che definiscono il museo come un edificio che esibisce se stesso, “un mausoleo per l’arte nel quale è quasi impossibile esporla”. Finora, però, le mostre allestite hanno dimostrato il contrario.

Ho deciso di ricordare questa donna che, con la sua morte così prematura è riuscita a sconvolgermi: per parecchi anni, durante i miei studi di architettura, ho avuto modo di conoscere le sue opere, i suoi progetti, i suoi ideali e, leggendo numerose interviste, anche i suoi sbalzi di umore. È sempre stata il mio idolo, la mia ispirazione…se qualcuno mi avesse chiesto come volevo essere, avrei risposto lei: una donna geniale e creativa, una donna che è riuscita ad arrivare ovunque e, indipendentemente dalle critiche, a rimanere sempre se stessa.

Scritto da Malerin

 

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