La pittura monocroma di Sesshū Tōyō

Nelle scorse settimane mi sono occupato prevalentemente di arte occidentale e oggi, dopo tanto tempo, eccomi qui a scrivervi un nuovo articolo sull’arte orientale, in particolare su quella giapponese (vi prometto che tratterò anche articoli inerenti all’arte indiana).
Questa settimana ho avuto il piacere di partecipare ad una conferenza sull’arte giapponese, cui argomento è stato: “Il senso dello spazio nella pittura di paesaggio su paravento” di Rossella Menegazzo. Una conferenza molto interessante e ricca di spunti che mi hanno aiutato a scegliere l’argomento da trattare per questo articolo.
In tale conferenza è stata lungamente menzionata la pittura monocromatica e sarà l’argomento di cui tratterò oggi.
Farò una breve introduzione a questo tipo di pittura per chi si approccia all’arte giapponese da principiante e poi mi soffermerò sulla figura di Sesshū Tōyō, uno degli artisti che portò la pittura monocroma a inchiostro e il paesaggio a livelli insuperabili.

Esistono due termini per indicare questo tipo di pittura monocromatica giapponese e sono: Sumi-e (pittura a inchiostro) o Suibokuga (pittura ad acqua e inchiostro).
Questi termini indicano una pittura fatta solo d’inchiostro, una pittura fatta di pennellate rapide, di infinite sfumature di inchiostro che vanno dal bianco della carta lasciata a riserba, al nero più denso ma con infinite sfumature di grigio.
L’arte della pittura a inchiostro ebbe origine nella Cina dei Tang (618-907) e si sviluppò sotto la dinastia Song (960-1279) attraverso i cosiddetti “sei essenziali”, i caratteri fondamentali individuati da Jing Hao: soffio, ritmo, spirito, scena, pennello e inchiostro. Se l’interazione degli ultimi due elementi e delle tre nozioni collegate al sostrato intellettuale e filosofico che i pittori cinesi collegavano al paesaggio permetteva di cogliere l’essenza interna e l’aspetto esteriore dello stesso, allora il colore non serviva più e la pittura monocroma poteva imporsi e collegarsi sempre più strettamente con l’arte della calligrafia.
Il sumi-e fu portato in Giappone nel XIII secolo dai monaci zen, fiorendo in epoca Muromachi (1333-1573) soprattutto all’interno dei templi zen. I centri religiosi la usavano come supporto alla meditazione e i monaci la praticavano a diversi livelli, privatamente ma soprattutto come disciplina.
Un esempio di questo rapporto arte-religione (zen) per la meditazione, è sicuramente l’opera di Josetsu, monaco al servizio dello shōgun Ashikaga Yoshimochi come pittore ufficiale presso il Shōkokuji di Kyoto.

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Josetsu, Pescegatto e zucca, rotolo verticale, inchiostro e colore tenue su carta, 1415 circa, Kyoto

Il dipinto rappresenta in inchiostro nero e tenui colori il famoso apologo zen: “Come catturare un grosso e scivoloso pescegatto con una zucca dal collo sottile“.
Erano frasi usate dal maestro per stimolare la meditazione da parte degli allievi; questi alla cui soluzione si doveva giungere per intuizione.
Il pescatore è ritratto al centro della composizione, in primo piano rispetto al paesaggio accuratamente dipinto, mentre, curvo sulla sponda del fiume, cerca di catturare un pescegatto troppo grosso maneggiando una zucca.
La parte superiore del dipinto è occupata da 31 iscrizioni, poesia, ognuna delle quali reca alla fine, in basso a sinistra, il sigillo rosso del monaco poeta zen.

Questo filone della pittura monocromatica è caratterizzata soprattutto di vuoti, di mancanze, piuttosto che di riempimenti, di sottrazione piuttosto che di aggiunta e di linee essenziali appunto in inchiostro nero. Una pittura che inizialmente è più vicina alla tradizione cinese, in particolare al paesaggio, come potete vedere voi stessi nell’opera di Tenshō Shūbun .

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Pitture che riempiono completamento lo spazio pittorico dei paraventi con retaggi che in questo caso si rifanno a tutti i simboli del paesaggio cinese: montagne rocciose molto appuntite, con un bacino centrale d’acqua.

Prima di parlarvi di Sesshū Tōyō, vi porto un ultimo esempio, il più significativo ed evocativo di questo filone, l’opera di Hasegawa Tōhaku, che potete vedere in questa coppia di paraventi a sei ante:

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Hasegawa Tōhaku, Pini nella nebbia, fine XVI secolo, coppia di paraventi a sei ante (1° paravento), inchiostro su carta, Tokyo

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Hasegawa Tōhaku, Pini nella nebbia, fine XVI secolo, coppia di paraventi a sei ante (2° paravento), inchiostro su carta, Tokyo

Realizzati con il solo uso dell’inchiostro nero, questi due paraventi, aventi come soggetto un semplice bosco di pini, rappresentano il capolavoro della pittura monocroma giapponese. Evocano uno stato senza tempo e uno spazio profondo e dilatato.
I due gruppi di pini lunghi e sottili sono separati da un ampio spazio vuoto e nebbioso.
Due gruppi di pini lunghi e sottili, circondati dalla bruma, che in qualche caso nasconde parte dei tronchi in primo piano. Sul primo pannello del paravento di sinistra (il secondo) in alto la bruma sembra però lasciar intravedere un profilo di montagna. I tronchi sono un tratto verticale tracciato con il pennello dall’alto verso il basso, in modo libero. Gli aghi di pino, neri o quasi invisibili, apparentemente realizzati con brevi e veloci pennellate verso l’alto, sono in realtà il risultato di piccoli e continui movimenti a vortice della punta del pennello.

Sesshū fu l’artista che indiscutibilmente portò la pittura monocromatica a inchiostro e il paesaggio a livelli insuperabili, liberandosi dalla funzione religiosa che fino ad allora aveva imperato. I suoi dipinti, in formato di rotolo orizzontale o da appendere o di grandi paraventi, sono dimostrazione della sua unica ispirazione: la natura.  Sono opere di enorme impatto visivo per l’abilità nell’uso del pennello e dell’inchiostro, ora spesso e nero ora liquido e tendente al grigio, nel tracciare o accennare linee spezzate, energiche, dai contorni netti e dalla struttura equilibrata, o nel creare superfici più morbide, brumose, acquose.

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Queste due opere, realizzate su rotoli verticali, rappresentano un paesaggio in inverno e in autunno. Risalgono grosso modo al periodo in cui Sesshū torna dal suo viaggio in Cina che gli permisero di entrare in contatto diretto con la pittura paesaggistica cinese.

Realizzati con un limpido stile shin, i due dipinti, mediante vigorose pennellate che disegnano le rocce ed un sapiente uso dei toni d’inchiostro per rendere la profondità, riescono a condensare, in un piccolo spazio e per mezzo di pochi elementi, la grandezza della natura e a darci l’impressione che la forte personalità dell’artista sia infusa nella sua opera.

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Sesshu Toyo, Paesaggio a inchiostro spezzato, 1495, rotolo verticale, inchiostro su carta, Tokyo

Altra opera più tarda e di estrema raffinatezza è Paesaggio in inchiostro spezzato.
Secondo la tradizione zen, il dipinto fu creato e donato da Sesshū al suo allievo Sōen, arrivato dal tempio Engakuji di Kamakura, come una sorta di attestato per la conclusione degli studi che lo confermava artista indipendente.
In quest’opera il pittore usa magistralmente la tecnica haboku, inchiostro spezzato, che richiedeva un’estrema velocità d’esecuzione perché occorre stendere le superfici grigie di inchiostro diluito e subito dopo, prima che si siano seccate, “spezzarle” con linee o macchie d’inchiostro nero più denso.

 

Pur non essendo un’opera legata all’ambiente religioso, il dipinto dà l’impressione di una realizzazione subitanea di carattere spirituale ed emotiva.

Indubbiamente Sesshū fu un grandissimo maestro ed esercitò un ruolo chiave nella storia dell’arte giapponese. Egli ebbe un gran numero di discepoli diretti, alcuni dei quali a loro volta fondarono nuove scuole; la sua esistenza servì ad emancipare l’arte e l’artista da vincoli contingenti per innalzare il tutto ad un livello superiore di libertà; contribuì alla diffusione della civiltà cinese ed allo sviluppo culturale del Giappone; riuscì ad essere contemporaneamente uomo dinamico e determinato ed artista geniale e pieno di talento, versatile ed esperto di molte diverse tecniche.

Scritto da Max

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One thought on “La pittura monocroma di Sesshū Tōyō

  1. Bell’articolo. La pittura giapponese, che sia monocromatica oppure no, infonde sempre una quiete fisica e spirituale non indifferente. Ma scrivo perché stavo facendo una ricerca particolare, sulla pittura moderna o contemporanea FIGURATIVA e monocromatica, chissà se può indicarmi qualche nome…e magari che genere di filosofia c’è dietro.
    Grazie

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