L’esotismo di Delacroix

Oggi come in passato, l’uomo è incline al confronto e quindi alla ricerca di luoghi, popoli e costumi da cui può farsi suggestionare. Con l’articolo di oggi voglio esplorare, con voi, questa magica ricerca del nuovo, attraverso l’arte di Eugène Delacroix.

Il termine che meglio designa questa ricerca per altri mondi, costumi, popoli e usanze è l’esotismo. L’esotismo è un fenomeno culturale che tende ad esaltare ed imitare, specie nell’arte, forme e suggestioni di paesi lontani, sviluppatosi a partire dal XVIII secolo e grandemente diffuso in Europa specialmente dopo il Romanticismo.
Secondo il significato romantico del termine, “esotico” definisce un complesso di emozioni provocate dal contatto, reale o inventato, con paesi stranieri, in particolar modo dell’Oriente e del Mezzogiorno.
Nella mente degli europei si formò l’immagine di un mondo altro, immaginato più libero, più bello, più autentico, un territorio aperto agli spazi della fantasia, non limitato dalle convenzioni della cultura occidentale. Questa immagine è stata poi incrementata anche dalle relazioni dei primi viaggiatori.

L’attrazione esercitata da terre lontane, non familiari, ispira peraltro anche numerosi poeti e scrittori, trai i quali l’inglese Samuel Coleridge, che in Kubla Khan (1816) propone l’esotica visione della terra di Xanadu. Ma a influenzare maggiormente i temi dei pittori, che saranno chiamati orientalisti, sono soprattutto le opere del poeta inglese George Byron, la cui morte, avvenuta a Missolungi nel 1824 mentre combatteva per l’indipendenza greca, ne accresce notevolmente il mito e la fama.
Delacroix dipinge almeno sei soggetti ispirati al suo poemetto Il Giaurro (1813) e dal suo dramma Sardanapalo (1821) deriva la Morte di Sardanapalo (1827), che suscita enorme scalpore al Salon del 1827.

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Eugène Delacroix, Morte di Sardanapalo, 1827, Parigi

 Al Salon del 1827 Delacroix presenta ben tredici opere, di tutti i generi, dimostrando la sua perizia nei ritratti, nei paesaggi, nella natura morta, nei soggetti religiosi, letterari e naturalmente storici. Si tratta di una vera e propria sfida che raggiunge l’effetto più alto con questa tela dedicata a un fatto di storia antica, La morte del re Sardanapalo. Come narrato dalle fonti si trattò di un avvenimento di sconvolgente crudeltà: il re che decise che tutta la sua corte doveva morire con lui, per cui ordinò agli schiavi di uccidere le donne, i paggi e addirittura i cavalli, mentre tutte le ricchezze e il palazzo sarebbero bruciati con lui. Dal fondo scuro delle tenebre, emergono i corpi luminosi delle vittime in un vortice drammatico di violenza e disperazione. Quello che dall’artista fu definito “il massacro numero due” lasciò fredda la critica che ravvisò scandalosi elementi orgiastici negli atteggiamenti.

Nel 1832 Delacroix si reca personalmente in Marocco e nei sei mesi di permanenza riempie ben sette album di schizzi con disegni, acquarelli e appunti. I suoi sette taccuini del viaggio in Marocco, densi di colore e annotazioni, lasciano trasparire la folgorazione dell’artista per un mondo sconosciuto e affascinante.
Delle popolazioni locali lo colpiscono l’estrema dignità, quasi un retaggio dell’antichità classica, ma anche la sensualità delle donne lascivamente sdraiate sui tappeti in un harem. I grandi mantelli, le strade polverose ed assolate, le ciabatte rotte degli anziani… tutto, di questi luoghi esotici, è fonte di seduzione.

In Algeria scrisse: “ci sono quadri da fare ad ogni angolo di strada”.

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In questi piccoli quadernetti disegna tutto quello che vede e segna, giorno per giorno, le sue impressioni, descrivendo i paesaggi, le strade sassose, l’abbigliamento degli uomini e delle donne o i particolari delle architetture delle case.
Disegna dappertutto in pagine confuse, in cui accumula piccoli schizzi e scritte che integrano i disegni, in un disordine che tradisce tutta la sua eccitazione.
A volte lascia una pagina bianca, a volte riempie anche i margini, a volte gli capita di tenere il taccuino al contrario.

Con tante immagini e sensazioni impresse nella memoria, Delacroix rientra a Parigi dal suo viaggio nell’Africa del Nord, nel luglio del 1832. Si mette subito al lavoro cercando di ricreare nello studio quelle atmosfere indimenticabili dell’Oriente. Uno dei risultati più sorprendenti è questo dipinto con le Donne di Algeri che domina al Salon del 1834. Critici come Théophile Gautier ed Etienne Délecluze rimangono affascinati dalle tinte raffinate dei tessuti multicolori e dagli accordi dei toni. Charles Baudelaire, anni dopo, ha definito il quadro un “piccolo poema d’interni” per il senso di quiete intima che emana, oltre a una percezione olfattiva del luogo malfamato.

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Eugène Delacroix, Donne di Algeri nelle loro stanze, 1834, Parigi

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Eugène Delacroix, Sultano del Marocco, 1845, Tolosa

La capacità, raggiunta a pieno dopo il viaggio in Africa, di rappresentare la magnificenza e la grandezza nelle semplicità è particolarmente visibile nel Sultano del Marocco.
Sullo sfondo delle mura, in scena la cerimonia che, per la sua solennità, appare bloccata e silenziosa. Scena all’aria aperta, in piena luce calda con colori accessi e personaggi monumentali: Delacroix riesce a usare la matita con una macchina fotografica che, oltre alle immagini, sa immortalare le emozioni.

 

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Eugène Delacroix, Festa di nozze ebraiche in Marocco, 1837 – ’41, Parigi

Emozioni altrettanto abilmente immortalate in Festa di nozze ebraiche in Marocco.
Il dipinto riesce, attraverso i precisi particolari della cerimonia, a farci letteralmente catapultare in mezzo alla festa. È facile accorgersi che la sposa deve restare chiusa nelle sue stanze, mentre tutti gli altri sono in festa, che gli invitati arabi danno denaro ai musicisti che suonano e cantano ininterrottamente e che solo alle donne è concesso ballare.

Delacroix non è un cronista poiché non si limita ad una copia pedissequa o accattivante di odalische e aridi deserti, ma filtra gli elementi attraverso una sensibilità poetica unica che lo porta a raggiungere una bilanciata sintesi tra la riproduzione bozzettistica del reale e la resa indefinita e vibrante delle atmosfere. Ecco perché Fromentin, pittore e critico d’arte, lo descrive come il migliore degli Orientalisti: per lui Delacroix non è viaggiatore che dipinge spinto solo «dall’infausto istinto universale della curiosità», ma pittore che viaggia, dunque capace di osservare il particolare reale e rielaborarlo tramite la fantasia giungendo ad una sintesi nuova.

In ogni opera, comunque, la vena orientalista di Delacroix è ormai caratteristica dominante. Tutti i disegni e schizzi del viaggio in Marocco costituiranno per Delacroix una sorta di repertorio a cui egli farà sempre costante riferimento.

Scritto da Max

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