Fotografare il movimento

In questo mio primo articolo della rubrica “Fuori tema”, ho deciso di parlarvi della fotografia. Anche la fotografia ricopre un ruolo artistico importante, ma non sempre è stato cosi e vedremo perché. Di questo tema, molto ampio, ho deciso di parlarvi della fotografia dinamica, cioè fotografare il movimento.
Se già la fotografia era di per sé, al tempo, un’invenzione e innovazione meravigliosa, figuriamoci poi con l’avvento della fotografia dinamica.

  • Introduzione alla nascita della fotografia

La fotografia fece la sua comparsa ufficiale nel 1838, quando Louis-Jacques-Mandé Daguerre (1787-1851) comunicò all’Accademia delle Scienze un procedimento, che egli aveva perfezionato e denominato dagherrotipo, per fissare un’immagine proiettata nella camera oscura sopra una lastra d’argento. Sin dal 1826, però, il fisico Nicéphore Niepce (1765-1833) aveva compiuto i primi esperimenti per riprodurre immagini naturali a mezzo della camera oscura, associandosi nel 1829 a Daguerre.

  • Fotografia e pittura

Un aspetto interessante della nascita della fotografia, è che sin dall’inizio essa non ebbe rapporti facili con la pittura, perché, sviluppando soprattutto il genere della ritrattistica – il cui rappresentante più significativo fu Gaspar-Félix Tournachon, detto Nadar (1820 – 1910) – sottrasse occasioni di lavoro ai pittori, fornendo prodotti più accessibili e meno costosi. Si pensi, per citare un precoce esempio italiano, al caso della ditta Alinari, nata a Firenze nel 1854, che aprì un fortunatissimo laboratorio dedicato in particolare al ritratto, in stretta dipendenza dalla pittura.
Tuttavia la fotografia investe ben presto anche il mondo artistico, poiché è subito chiaro che il nuovo mezzo, strumento di sempre più precisa rappresentazione, descrizione e conoscenza delle cose, offre una molteplicità di applicazioni possibili. Molti artisti la adottano come supporto al proprio lavoro, per esempio sostituendo il modello vivente con meno costose fotografie di nudi maschili o femminili; altri se ne servono per prendere più velocemente appunti visivi invece di eseguire schizzi e disegni; altri ancora – è il caso di Nadar, inizialmente modesto pittore e buon caricaturista – si riciclano come fotografi, un mestiere che poteva essere assai richiesto, soprattutto per la ritrattistica.
Ci volle comunque parecchio tempo perché i pittori riconoscessero dignità al nuovo mezzo, al quale intanto veniva affidato il compito di documentare svariati aspetti della realtà: i paesaggi, le vedute urbane, i monumenti più significativi, i ritratti di personaggi di rilievo o anche scene tradizionalmente affidate ai pittori, come quelle dei campi di battaglia.

  • Fotografare il movimento: la cronofotografia e le sequenze

Fu necessario molto tempo, dopo l’invenzione della fotografia, perché questo mezzo venisse usato in modo da non imitare la pittura, ma piuttosto da suggerire a quest’ultima stili, temi e sistemi inediti.
Anche se non intenzionalmente, i due fotografi scientifici Marey e Muybridge furono tra i primi a imprimere questa svolta.
Etienne-Jules Marey (1830-1904), un medico fisiologo francese, ideò numerosi stratagemmi per documentare alcuni fenomeni dinamici naturali, come il volo degli uccelli o il ritmo del cuori di alcuni animali.
Fra il 1880 e il 1890 usò con gli stessi intenti la macchina fotografica inventando la cronofotografia (dal greco chronos, tempo), cioè una fotografia che riassumesse in un’unica immagine varie frazioni di tempo: aprendo e chiudendo ritmicamente l’otturatore dell’obiettivo, registrava su di una stessa lastra la sequenza di un movimento, scomponendolo in istanti successivi.

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Etienne-Jules Marey, Uomo che cammina indossando un vestito nero con striscia bianca ai lati, 1883, Cronofotografia

Per documentare con diagrammi il dinamismo della camminata di un essere umano, faceva indossare al soggetto una tuta nera con delle strisce bianche ai lati: in questo modo l’obiettivo registrava la sequenza delle strisce.
Lo scopo dello studioso era capire il funzionamento della macchina-uomo per progettare delle macchine utili, dalle pompe per il cuore alle macchine voltanti.

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Etienne-Jules Marey, Movimenti Salto con l’asta, 1885 ca.

Nello stesso periodo il fotografo inglese Eadweard Muybridge (1830-1904), che lavorava negli Stati Uniti, studiava gli animali in movimento: un governatore della California, proprietario di cavalli da corsa, gli aveva commissionato uno studio sperando di ottimizzare i metodi di allevamento.

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Eadweard Muybridge, Sequenza di un cavallo al galoppo

Il metodo usato da Muybridge, consisteva nel fotografare gli animali in movimento attraverso gli scatti in successivi di una serie di macchine fotografiche dislocate a distanza regolare su percorso: al passaggio del soggetto in movimento, ne fissavano un’immagine statica che recuperava il senso del dinamismo una volta messa in sequenza con le altre.

  • Cronofotografia e pittura

L’influsso degli studi di fotografia in movimento esercitarono una profonda influenza sull’avanguardie artistiche del Novecento, a partire dal futurismo.
Una fonte importante alla quale attinsero i pittori futuristi, in particolare Giacomo Balla e la prima fase artistica di Marcel Duchamp, furono le fotografie sequenziali scattate da  Marey e Muybridge.

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Marcel Duchamp, Nudo che scende le scale n°2, 1912, Philadelphia

Duchamp non iniziò a sconvolgere il pubblico colto delle avanguardie storiche con l’Orinatoio, bensì dal Nudo che scende le scale N. 2, opera realizzata nel 1911 e rifiutata dalla rappresentanza cubista al Salon des Indépendant del 1912.
I suoi colleghi e amici cubisti, ai quali si legava anche poeticamente, denigrarono l’opera, sottolineando che non potesse rientrare nel loro ambito.
Il quadro riprendeva solo ironicamente le condizioni cubiste, a partire dal titolo che spiegava puntigliosamente cosa volesse rappresentare.
Così, Duchamp si discostava dall’esperienza cubista per passare a qualcosa di nuovo. Venne accusato di meccanicismo, e non poteva non esserlo!

 

Per la composizione si ispirò direttamente alle foto di Étienne-Jules Marey e Eadweard Muybridge, che sperimentarono nella seconda metà dell’Ottocento la tecnica della cronofotografia, in particolare la seguente:

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Eadweard Muybridge, Figura umana che scende una scala, 1872, cronofotografia

A livello pittorico si avvicina a qualcosa molto vicino all’idea di movimento: il Futurismo.
Questa influenza è magistralmente rievocata con l’accostamento alla Bambina che corre sul balcone del futurista italiano Giacomo Balla, quadro del 1912, anch’esso ispirato dalla cronofotografia.

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Giacomo Balla, Bambina che corre sul balcone, 1912, Milano

Nella resa del movimento l’atteggiamento di Balla è più pragmatico e analitico.
Il movimento è trascritto in una serie di sfumate ma sono perfettamente distinguibili le immagini successivi, ovvero la sequenza del movimento.
Balla rappresenta cinematograficamente una sequenza di posture, senza esprimere la continuità e la simultaneità del dinamismo, in significativa consonanza con le soluzioni di Duchamp.

Concludo lasciandovi la visione di questa raccolta di fotografie di Marey e Muybridge con una sorpresa finale: una fotografia eseguita da Eliot Elisofon che ritrae Marcel Duchamp intento a rappresentare una delle sue opere, quella di cui abbiamo parlato oggi.
Inoltre vi invito, se interessati alla fotografia, di non perdervi la mostra fotografica su Robert Doisneau, ecco il link illustrativo: https://www.milanoweekend.it/2016/03/10/robert-doisneau-monza/67617#.VvwNv-Rf270

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Scritto da Max

Il Grande Buddha di Nara

Anche questa settimana mi occuperò di un argomento di arte orientale: dall’India ci spostiamo nuovamente in Giappone per dedicarci alla scoperta, per chi non lo conoscesse, o alla rivisitazione, per chi invece ne fosse già al corrente, del Grande Buddha di Nara o semplicemente il Buddha Rushana, collocato nel complesso templare del Tōdaiji (Nara, situata nell’isola di Honshu).

Il tempio Tōdaiji è una delle più importanti architetture d’epoca Nara, destinato a divenire uno dei centri principali del buddhismo all’interno della rete di templi indicati dalla corte imperiale come detentori della dottrina ufficiale di stato di quell’epoca.
Voluto dall’imperatore Shōmu (regno 724-749) ed eretto nella parte orientale della capitale Nara, il tempio rappresenta anche la massima espressione del mecenatismo imperiale verso la nuova religione.
Questo tempio subì nel 741 un rinnovamento, diventando tempio provinciale di Yamato con il nome di Konkōmyōji, mentre fu denominato Tōdaiji dal 747, quando cominciò la costruzione degli edifici principali.

Si estendeva su quattro isolati della capitale, era circondato da mura e arrivava fino alle colline di Kasuga. Aveva un portale principale, il Nandaimon, e altri tre che portavano in città. Una volta varcato il portale, si entrava nel recinto del Daibutsuden, la sala del Grande Buddha, affiancato a est e a ovest da due pagode a sette piani.
L’ingresso principale di questo maestoso tempio si affaccia su un piccolo viale ai margini del parco di Nara, all’entrata del quale è possibile vedere numerosi cervi, animale sacro simbolo di Nara, come potete voi stessi evincere da queste foto:

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Ecco un plastico che riproduce fedelmente la struttura templare del Tōdaiji (originale e non quella che vediamo noi oggi), cosi che possiate avere un’immagine completa delle sue parti:

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Il Tōdaiji fu completato nel 789 e il dispendio di risorse umane e finanziare da parte della corte fu tale da portare lo Stato sulla soglia della bancarotta.

Ma in questa sede non voglio parlarvi del complesso templare nelle sue parti, ma del Grande Buddha e quindi analizzerò la sola struttura che lo contiene, il Daibutsuden, ovvero la sala del Grande Buddha.

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La sala del Grande Buddha è oggi una delle attrazioni turistiche maggiori, perché ospita al suo interno la scultura gigante del buddha Rushana.
In origine questo edificio principale del tempio era affiancato da due pagode, che andarono distrutte nella guerra fra i Taira e i Minamoto nel 1180. L’edificio in origine era in realtà almeno un terzo superiore per dimensioni rispetto a questa ricostruzione degli inizi del XVIII secolo, che rimane tuttavia la più grande architettura lignea del mondo.
Struttura a doppio tetto mediano, con aggiunta di finestre centrali aperte che permettono di vedere il Buddha dall’esterno; in calce bianco e legno scuro che creano un forte contrasto; il tutto  circondato da un enorme parco.

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Buddha Rushana, 752, bronzo dorato, h 14,73 m, Nara, Todaiji

Rushana venne fuso in loco in 8 parti separate con l’impiego di oltre 900.000 artigiani, e il lavoro durò 11 anni, fino al completamento nel 752.

Il Rushana originale e il padiglione che lo ospita vennero ripetutamente danneggiati durante le guerre.
Quella che vediamo oggi è una scultura del 1692 (Epoca Edo), più bassa di 1 metro rispetto all’originale e con la testa tutt’altro che in stile Tang.

 

A completamento della statua, nel 752, fu organizzata, in presenza dell’imperatore Shōmu, la cerimonia sacra di inaugurazione che consisteva nella “apertura dell’occhio” del buddha, dipingendone le pupille, per consacrarla e donarle lo spirito divino. Gli addobbi e gli oggetti rituali utilizzati durante questa cerimonia sono ancor oggi conservati nel tempio.
Vi si svolsero danze e musiche usate nelle cerimonie buddhiste e vennero impiegate maschere lignee e con parti mobili, in qualche caso anche comiche, che venivano indossate sopra il capo.

Questa cerimonia fu poi ripresa anche per le ricostruzioni successive, come possiamo anche notare da questo doppio paravento a sei ante. Il paravento illustra la cerimonia di “apertura dell’occhio” del nuovo daibutsu fuso nel XVIII secolo su volere dello shōgun e l’inaugurazione del Daibutsuden.
La visione della cerimonia è aerea e viene data preminenza alla statua posizionata al centro, mentre tutto il resto fa da coreografia. Si vedono file di gente ordinatamente disposte lungo i due perimetri, un palcoscenico e grandi tamburi usati nelle cerimonie (ōdaiko).

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Cerimonia di consacrazione per la ricostruzione del daibutsu e del Daibutsuden, XVIII secolo, colore e foglia d’oro su carta, paraventi a sei ante, Nara, Todaiji

La statua è in bronzo e l’aureola in oro, quest’ultima è stata completata nel 771, lavorata a giorno e con figurine di tanti buddha sottostanti lavorati in foglia d’oro. Rushana è nella solita posizione di accoglienza e calma verso il fedele; la statua è massiccia e lavorata in modo semplice, con il torace liscio, ampio e vigoroso, con spalle possenti e in scala esagerata.
La sua figura è ripresa nelle figurine di Shaka incise sui 56 petali di loto bronzei che formano il piedistallo su cui il Grande Buddha è assiso nella posizione del loto, esse rappresentano i diversi universi governati da Shaka. Lo stile utilizzato era quello possente dei Tang e significò un cambiamento per il Giappone. Davanti alla statua vengono fatte grandi offerte.

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Altra particolarità (stranezza? nulla in Giappone è strano ahahahaha) riguarda una delle colonne portanti del Daibutsuden: una di esse infatti ha un foro nel mezzo e si dice che sia della stessa grandezza delle narici di Rushana; i visitatori cercano di passarvi nel mezzo perché la leggenda dice che chi riuscirà ad attraversare il foro sarà benedetto con l’illuminazione nella vita futura.
Potete ben immaginare le foto buffe di turisti e non su tale “ricorrenza” (non le metto, ma le trovate su internet). Comunque lo farei anche io ovviamente 😀

Scritto da Max

Da Beethoven a Klimt: la Nona sinfonia

Considerata da molti la più grande composizione musicale dalla storia, capolavoro immortale del genio Ludwig Van Beethoven, la Nona sinfonia è forse una delle opere più note di tutta la musica classica. Chiamata anche Sinfonia Corale, la Sinfonia n. 9 in Re minore e coro finale Op. 125 è l’ultima portata a termine dal compositore tedesco: eseguita per la prima volta il 7 maggio 1824 al Teatro Porta di Carinzia di Vienna, venne diretta dallo stesso Beethoven nella più completa sordità.

La Nona sinfonia prese forma molto lentamente nell’arco della vita di Beethoven: si può risalire al periodo in cui il compositore, non ancora ventenne, frequentava l’élite intellettuale di Bonn. È quindi molto probabile che, frequentando questo fervido clima culturale, sia entrato in contatto con le opere di Schiller, in particolare con l’Ode An die Freude, che lo stesso Beethoven riprenderà per il gran finale della sua Nona sinfonia.

Ludwig van Beethoven

Ludwig Van Beethoven (1770-1827)

Quindi, già allora, Beethoven aveva immaginato di mettere in musica questa poesia, ma il progetto non andò in porto, forse anche a causa della censura che colpì le opere di Schiller, additate come immorali e pericolose. Questo progetto, però, rimase sempre nella mente del compositore e, solo nell’estate del 1822, lo rispolverò per la prima volta, fondendo insieme due suoi lavori sinfonici: la prima era una composizione in Re minore, la seconda un intervento corale su un testo che non era ancora stato scelto.
Nel 1823, i due progetti confluirono in un’unica grande composizione, che appariva il frutto di una lunga maturazione: un capolavoro rivoluzionario, non solo per la presenza delle voci e del coro, ma perché metteva in crisi il concetto vero e proprio di “sinfonia”.
Oltre ad essere una sintesi di tutto ciò che era stato sperimentato fino ad allora per quanto riguarda il genere sinfonico, la Nona è una grandiosa architettura sonora nella quale Beethoven fa confluire altri generi musicali (lo stile operistico, la musica militare e la scrittura polifonica tipica della musica sacra).

La Nona si presenta quindi suddivisa in quattro movimenti, in cui Beethoven inserisce per la prima volta uno scherzo, un ritmo ternario che punta alla giocosità per alleggerire il movimento lento e il finale.

Dei quattro movimenti, la parte che tutti conoscono, forse anche perché la melodia venne adottata come Inno d’Europa nel 1972, è sicuramente quella finale: l’Ode an die Freude o Inno alla gioia. Il  tripudio musicale dell’ultimo movimento diventa una festosa annunciazione di un messaggio di libertà e di fratellanza universale, che riprende da Schiller l’idea di una nuova società:

«Gioia, bella scintilla divina,
figlia dell’Elisio,
noi entriamo ebbri e frementi,
o celeste, nel tuo tempio.
Il tuo incanto rende unito
ciò che la moda rigidamente separò,
i mendichi diventano fratelli dei principi
dove la tua ala soave freme […]

Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero!
Fratelli, sopra il cielo stellato
deve abitare un padre affettuoso.

Gioia si chiama la forte molla
che sta nella natura eterna.
Gioia, gioia aziona le ruote
nel grande meccanismo del mondo»

Secondo questa lirica, la gioia non deve essere intesa come allegria o spensieratezza, ma come risultato cui l’uomo deve giungere seguendo un percorso graduale, liberandosi dall’odio, dalla cattiveria e dal male.

L’esortazione dei versi di Schiller, che ci invita ad abbracciarci e a rimanere uniti, rende sempre attuale il valore di questi versi e di questi suoni. Forse, anche per questo motivo, Josef Hoffmann decise di dedicare la XIV mostra della Secessione al “genio titanico” di Beethoven.

L’architetto austriaco, nel 1902, converte quindi lo spazio del Palazzo della Secessione di Vienna per ospitare questa mostra, trasformandolo in uno spazio templare a tre navate, di cui una dedicata al famoso fregio di Klimt. Nel suo complesso, questa nuova scenografia aspirava ad avvicinarsi, con la simbiosi di musica e arti visive, all’opera d’arte totale teorizzata da Richard Wagner.

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Max Klinger, Beethoven, 1897-1092, avorio, marmo, bronzo e materiali vari, Lipsia, Museum der bildenden Kunste

Fulcro di questa mostra era un monumento policromo di Beethoven, in cui lo scultore, pittore e incisore tedesco Max Klinger aveva voluto riecheggiare il colosso crisoelefantino (in oro e avorio) di Zeus, eretto da Fidia nel tempio di Olimpia.

Il Fregio di Klimt ornava invece la parte superiore di tre pareti di una sala laterale, articolando la rappresentazione allegorica (di 34 metri totali) con temi ispirati alla Nona sinfonia. L’artista ricorre qui a ricercate elaborazioni disegnative, recuperando materiali e tecniche estranei alla consuetudine della pittura ottocentesca, come le superfici dorate o smaltate, il graffito e il mosaico, tradizionalmente attribuibili alle “arti minori”.

I tre momenti che Klimt decide di rappresentare in questo lungo fregio, che riprende la narrazione a fascia utilizzata dagli egizi, sono: l’Anelito della felicità, l’Ostilità delle forze avverse e il Trionfo della Poesia.

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Foto dell’allestimento della mostra dedicata a Klimt a Palazzo Reale (Milano), 2014

Con una scelta compositiva assolutamente inedita, la lunga parete di sinistra, di fronte all’ingresso della sala nella collocazione originale, è lasciata quasi completamente nuda.
Lungo il margine superiore, un sottile ricamo di figure femminili distese, protese verso l’infinito e a malapena tratteggiate, conduce lo sguardo dello spettatore verso un gruppo isolato, che rappresenta appunto il sofferto anelito umano verso la felicità.
Un uomo forte e ben armato, voltato verso destra e somigliante nei tratti del volto a Gustav Mahler, viene rappresentato nei panni di guerriero in armatura dorata, mentre si prepara a superare una serie di avversità, spinto dalle suppliche di due figure nude, un uomo e una donna, che sono inginocchiati davanti a lui e, dall’allegoria della compassione, in piedi alle spalle degli inginocchiati.

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La parete centrale, più corta, è invece gremita di figure che rappresentano la vita irta di ostacoli che l’uomo dovrà attraversare per raggiungere la felicità.
Il bestiale Tifeo, il gorilla con gli occhi di madreperla, è circondato a sinistra (in basso) dalle tre Gorgoni, mentre in alto dalla personificazione della malattia, della follia e della morte. A destra, invece, sono collocate tre figure femminili che incarnano l’incontinenza, la voluttà e la lussuria. Isolata, a destra, si rode invece l’angoscia, avvolta tra le spire dei serpenti, mentre in alto, i desideri e le aspirazioni degli uomini volano via.

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Sulla terza parete, scandita in due episodi principali separati, assistiamo alla redenzione.
L’anelito della felicità si placa nella Poesia, un’affilata figura femminile, arcaica e orientaleggiante, riconoscibile poiché intenta a suonare una cetra. Più oltre, Klimt offre una rappresentazione figurativa del coro che, sulle parole dell’Inno alla gioia, conclude la sinfonia di Beethoven, celebrando la gioia come una manifestazione divina. Le sensuali figure delle arti introducono un paradiso di pace, felicità e amore, dove al centro di un coro di angeli, una coppia di amanti stretti in un abbraccio (coppia che darà vita ad altre opere iconologicamente simili, come il Bacio e l’Abbraccio), rappresenta la pienezza di un’umanità che sappia ricongiungere, grazie all’arte, la componente terrena e quella spirituale.

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Abbiamo visto come la musica e l’arte, delle volte, possano conciliarsi e/o influenzarsi a vicenda, tanto da dare vita a opere stupende come quella che vi ho appena analizzato: è bello vedere come Klimt abbia ripreso fedelmente i versi dell’Ode di Schiller per rappresentare, in immagine, la scena del bacio e dell’abbraccio nel fregio.

Scritto da Malerin

Sondaggio 3

Malerin, come avrete più volte notato, è una persona alquanto malvagia. Lei non interagisce mai con voi lettori, creando ad esempio sondaggi. E visto che abbiamo creato una categoria sondaggi e nessuno ne ha creato uno, questo lavoro tocca a me.
Mi ha appena fatto sapere che ne creerà uno lei a Maggio, anche perché se no l’avrei cacciata ahahaha

Stavo pensando di fare un articolo interessante per la rubrica Arte tematica, inerente all’arte orientale (India e Giappone). Quindi siete chiamati a scegliere quale per voi potrebbe essere più interessante, illuminante e bello.
Più avanti potrei fare anche qualcosa in ambito dell’arte cinese, ogni cosa a suo tempo ahahah 🙂

La scadenza del sondaggio è prevista per il 30 aprile 2016 e l’articolo vincitore sarà inserito nella nostra rubrica “Arte Tematica”.

[VINCE]: Iconografia del drago nella pittura giapponese (visto l’interesse dei lettori, farò entrambi gli articoli).

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Escher: la matematica nell’arte

Nell’articolo di oggi voglio parlarvi di un argomento che molti di noi hanno odiato per tutta la durata della scuola: la matematica. Vi assicuro però che verrà trattata in maniera chiara e semplice così da suscitare il vostro interesse e non il vostro odio e disprezzo.
Si tratta di un artista particolare: è stato uno dei pochi a trattare il tema antico del mosaico nella contemporaneità (ma non in maniera classicista come quelli bizantini o ravennati, caratterizzati dall’inserimento di pietre o vetro, ma lo rivisita tramite il disegno) riuscendo ad affascinare, con le sue opere, anche fisici e matematici…sto parlando di Maurits Cornelis Escher.
Il mondo di Escher è estremamente complesso e raffinato ma, al contempo, è sempre riuscito a  coinvolgere l’osservatore, affascinandolo con le sue meravigliose opere.

Durante la sua formazione assorbì lo stile e i dettami dell’Art Nouveau, rielaborandoli in un linguaggio personale che, solamente durante il soggiorno in Italia riuscì ad approfondire. L’Italia di Escher era però un paese visto con gli occhi di un uomo del nord: è quindi un paese fantastico, ricco di paesaggi mozzafiato, costellato di fiori e di luce. Ciò che più lo attirava, però, era la struttura rigidamente geometrica delle cose, che lui riscopre nelle città italiane.
Altra tappa fondamentale del suo percorso artistico fu il viaggio a Granada: qui, la rivelazione fu la decorazione a mosaico del complesso dell’Alhambra dove i Mori, nel XIII secolo, utilizzarono tutti i diciassette gruppi di simmetria per decorare, con intrigante fantasia, le pareti del palazzo.

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Escher, che disegnò e copiò con estrema accuratezza questi mosaici, capì che in essi vi era qualcosa di speciale, quella simmetria degli oggetti che i matematici definiscono come una proprietà che riguarda lo spazio e i piani. Questo fenomeno, definito tassellazione, interessa soprattutto la cristallografia: studiando i cristalli si è notato, infatti, che la loro struttura e i loro atomi sono sistemati più o meno nello stesso modo, con le stesse proprietà di simmetria che si ritrovano in questi mosaici.
L’amore di Escher, per le strutture geometriche e tassellate, si ritrova già nelle sue prime incisioni, che vengono considerate quindi un precoce interesse per questa tecnica.
Quello che però non amava dei mosaici arabi era il fatto che i motivi non rappresentassero nulla di concreto mentre, al contrario, lui voleva delle tassellazioni con figure viventi, che potessero essere facilmente riconoscibili.

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M. C. Escher, Conchiglie e stelle marine, 1941

La tassellazione presente nell’opera “Conchiglie e stelle marine”  è molto complessa: ha una simmetria di ordine 4, ossia la figura al centro può essere ruotata quattro volte, ottenendo sempre lo stesso risultato. Il problema è che non esiste un unico centro di simmetria rotatoria. Esistono altri quattro punti dove si incontrano le stelle ma, in questi punti, le parti interne non sono simmetriche, poichè la stella ha un’apertura e un disegno che non si ritrova uguale nelle altre posizioni.

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M. C. Escher, Day and Night, 1938

Nella tassellazione del mosaico con cigni bianchi e neri dell’opera “Day and Night“, i volatili si incastrano alla perfezione: il cigno nero però non è l’immagine speculare di quello bianco poiché gli uccelli bianchi sono “ottimisti”, con le code rivolte verso l’alto, mentre, i neri sono “pessimisti”, con le code rivolte verso il basso.

 

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M. C. Escher, Mosaico con tartarughe e pesci

Nel mosaico con tartarughe e pesci, Escher riesce a dimostrarci le proprietà e le regole del suo linguaggio: utilizza un tema minimo, con il quale riesce a generare tutta la figura, ruotando la struttura elementare su un punto centrale e riflettendola seguendo gli assi.
In questo caso si tratterà quindi di una simmetria di riflessione e rotatoria, che in matematica si definisce P31M.

Escher non era interessato solo ai mosaici, ma anche ai solidi geometrici: una nota fabbrica di cioccolatini gli commissionò, per il 75° anniversario del marchio, una scatola che contenesse il prodotto, celebrando così la notorietà di questa marca.

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Escher ipotizzò diversi solidi platonici: partendo dal tetraedro, che gli risultava troppo difficile da aprire; passò al cubo, idea per lui troppo semplice per essere interessante; provò il dodecaedro e infine, la decisione finale fu l’icosaedro.
Questo icosaedro, questa scatolina, venne infine decorata con motivi di stelle marine e conchiglie, come aveva già fatto nel precedente mosaico del 1941.

L’artista inizia, quindi, a impiegare la propria prodigiosa fantasia per creare opere in cui le regole matematiche, che sono alla base della sua tecnica, sono talmente rigide da stimolarne la bellezza; non si accontenterà più della bidimensionalità dell’immagine ma si spingerà oltre, puntando verso la terza dimensione e quindi la tridimensionalità.

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Probabilmente Escher è uno dei pochi artisti in cui si riesce a percepire, a capire quanto la matematica possa essere interessante e stimolante per l’arte.
Le sue opere sono sempre risultate coinvolgenti, soprattutto per la generazione degli hippie e degli artisti che hanno seguito l’optical art. La sua arte non conosce tramonto perché con una sola immagine riesce a stimolare la fantasia della realtà, che altrimenti ci sfuggirebbe.

Scritto da Malerin

 

 

Il Fuori Salone all’Università degli Studi di Milano

Eccoci qui ad affrontare un’altra ricorrenza calendariale, non si tratta di una festa bensì di una ricorrenza, stiamo parlando del FuoriSalone! Un evento annuale che tutti i designer del mondo aspettano e dove Milano si trasforma e si arricchisce di novità ed eventi. Quest’anno il FuoriSalone prevede come durata dell’evento dal 12 al 17 aprile.
In ogni dove spuntano installazioni temporanee, sfilate e numerosi negozi prestano i loro locali e le loro vetrine per permettere l’esposizione di sontuosi pezzi di design, usciti dalla fantasia di qualche “bizzarro” creator.
Noi ci concentreremo sulle istallazioni realizzate nella nostra università, Università degli Studi di Milano in via Festa del Perdono e vi documenteremo alcune di esse con foto (artistiche e professionali) scattate da Max.

Alcuni degli eventi a Milano sono (tra i tanti):

CasaVitra: si tratta di un’istallazione “Colour Machine” dedicata alla Vitra Colour & Material Library. L’idea e l’ispirazione di Hella Jonjerius, relativamente a colori, sono tessuti e materiali. La lounge al  secondo piano di CasaVitra presenta una selezione di prodotti della Vitra Home Collection  offrendo un spazio dove i visitatori possono trattenersi e godere dell’atmosfera.

“KŪKAN” The Invention of Space: si tratta di un’installazione composta da sette pannelli verticali, che riproduce un connubio tra spazio, suoni e immagini, per farvi vivere un’esperienza sensoriale unica e irripetibile. Camminando tra i pannelli, potrete immaginare un nuovo spazio, diverso in base alla prospettiva da cui lo si osserva. I sette pannelli sono stati creati apposta per far nascere ogni volta uno spazio diverso e ignoto, a seconda della posizione e della direzione di chi lo guarda
I sette pannelli, che hanno come motivo la bellezza della natura e la visione del mondo tipicamente giapponese, riflettono in maniera efficace i confini in contrasto con il senso estetico che si tramanda sin dall’antichità nelle arti, e creano un nuovo “spazio” che separa e collega il Giappone dal resto del mondo, dando vita a un’ispirazione continua e illimitata.

The nature of motion: Il design di Nike anticipa il potenziale del corpo umano attraverso una sinergia di forma, funzione e movimento. L’ossessione di Nike per il Natural Motion persiste e per ogni innovazione il divario tra prodotto e corpo diminuisce.
In occasione del Salone del Mobile Milano 2016, dieci designer contemporanei e innovativi si sono uniti a Nike per esplorare il tema di Natural Motion attraverso vari mezzi. Alcuni lavori sono concettuali (anticipando le future tecnologie) e altri pratici. In molti casi sono stati utilizzati alcuni dei materiali unici di Nike, come il Flyknit.

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Come ogni hanno anche la nostra università, ospita numerose installazioni di artisti contemporanei arrivando a creare uno scenario suggestivo in cui antico (l’Ospedale Maggiore del Filarete) e contemporaneo convivono.
Noi siamo andati per voi a documentare questo evento nella nostra Università, scattando delle fotografie (meravigliose e professionali ahahha), peccato per il brutto tempo.

Solitamente si lascia per ultima l’attrazione più bella,  quella che viene comunemente definita come “ciliegina sulla torta”, noi però, trasgressivi come siamo, ne parliamo subito.
L’istallazione/attrazione che ha riscosso più euforia, di cui noi stessi ci siamo lasciati pervadere, è stata sicuramente la Torre. Torre intesa come modello archetipico ispira un’istallazione monolitica composta da 366 pannelli led, che promuove la creatività condivisa: sullo schermo sono proiettati disegni realizzati dagli autori dell’istallazione e dai visitatori, grazie a postazioni predisposte con tablet e pennini.

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Ecco in questo caso le foto non sono venute un granché perché Malerin non riusciva a scrivere sul tablet e quindi ci siamo invertiti i ruoli: io ho scritto e lei ha fotografato.
Ma cosa abbiamo scritto secondo voi? ahahah non è difficile, abbiamo fatto un po’ di pubblicità occulta!!

Altra installazione molto interessante è stata “L’arte della fotografia“: la fotografia diventa istallazione di design in una composizione di opere a tiratura limitata ispirata al modello espositivo dei Salon parigini.
Opera su un grande pannello (che occupa un’intera parete) in cui si ha una sorta di collage di diverse fotografie appunto ad rievocare la tipologia espositiva dei Salon parigini, in cui in una parete venivano affissati molti quadri.

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Questa installazione, progetto creativo di Lorenzo Marini group, è celbrativa della 55a edizione del Salone del Mobile, un avvenimento che attesta un importante punto d’arrivo.
La nuova immagine, protesa tra passato e futuro, si rivela un intreccio tra il numero 55, foneticamente musicale, e l’occhio, primo simbolo usato dal Salone del 1961.

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Ultima installazione di cui vogliamo parlarvi, ultima perché non vogliamo rivelarvi le altre per chi dovesse ancora andarci (ce ne sono molte altre), è “Confini aperti” di Massimo Iosa Ghin.
Due unità abitative semplici, rivestite in ceramica, simboleggiano il confine tra esterno e interno, caos e ordine, individuo e collettività: all’esterno la superficie è ondulata, piegata e fratturata, mentre all’interno lo spazio è definito da un rivestimento di piastrelle bianche riflettenti.

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All’interno di questo edificio architettonico, impossibile da fotografare per varie ragione (spazio piccolo con troppe persone, poca luce e vedremo ora perché), sul soffitto vi era un grande schermo in cui vi erano scene/immagini di fenomeni atmosferici (per lo meno quando eravamo entrati noi c’erano quelle) che quindi creavano atmosfere sensoriali interessanti.

Concludiamo ora lasciandovi la visione di altre fotografie, sperando possano suscitarvi ispirazione, curiosità e la voglia di andare, perché no, qui nella nostra Università a dare un’occhiata. Informandovi, anche, che il termine delle installazioni è il 23 aprile. 😀

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Scritto da Max e Melerin

 

 

Nomination a Liebster Award

Eventi che capitano una sola volta nella vita, forse è un’esagerazione ma per noi è la prima volta e quindi è qualcosa di speciale. A nostra gran sorpresa ci hanno nominati come “miglior blog”, non sappiamo bene come funziona la cosa, non sapevamo nemmeno dell’esistenza di questo evento, ma ci ha riempito di gioia.
Molti dei nostri lettori ci hanno più volte sostenuto dicendoci che facciamo un bel lavoro ed essere nominati ci ha fatto piacere.

Siamo giustamente andati a cercare qualche info e non è che si trova molto in realtà, diciamo che è una sorta di “aiuto” ai piccoli blog (con meno di 200 lettori, ma ci sono anche eccezioni), magari appena nati come noi, per farsi conoscere qua e là da altri.
Ovviamente la nomina di un blog comporta delle decisione ben precise: deve suscitare interesse, perché è ben strutturato o quant’altro.

Troviamo che sia un’iniziativa carina a cui vogliamo partecipare, sperando di non recare disturbo a quelli che poi nomineremo 😛

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La nomina è seguita da un totale di domande, 11 in questo caso (ma credo che questo sia un po’ libero) al quale si è tenuti a rispondere. Noi abbiamo pensato di strutturare le domande in modo tematico: la prima parte dedicata al blog, la seconda, invece, dedicata al blogger.
Per chi volesse prendere parte a questa iniziativa deve tener a mente delle regole standard:
– rispondere alle domande di chi nomina;
– formulare ulteriori domande a vostra scelta;
– nominare 11 blog e avvisarli della nomina;
– inserire nell’articolo il logo Liebster Award.

Ringrazio per la nomina: photo12art, un appassionato di fotografia che da consigli utili per soggetti o location da fotografare e molto altro ancora.
Invito quindi tutti gli appassionati di fotografia di passare da lui e dare un’occhiata 🙂
https://photo12art.wordpress.com/

Bene tutto è pronto, possiamo cominciare nel rispondere alle domandi che ci ha posto photo12art

1. Perché hai creato il blog?
Non aspettare il momento perfetto. Prendi il momento e rendilo perfetto.
Questa citazione spiega al meglio la nascita del nostro blog Spunti sull’Arte: un giorno parlando fra di noi, abbiamo sentito l’esigenza di creare una piattaforma, in cui noi potessimo scrivere articoli inerenti alla nostra passione, l’arte.
Nonostante fossimo a conoscenza dei numerosi blog dedicati all’arte, non ci siamo scoraggiati e lo abbiamo creato sapendo, fin dall’inizio, le lunghe avversità che avremmo incontrato.
Vi chiederete il perché di questo blog, visto i tanti presenti su internet su tale argomento. Ebbene, la ragione è semplice: il nostro obiettivo è quello di divulgare l’arte, scrivendo in maniera semplice e chiara, cercando di suscitare nel lettore una curiosità tale da portarlo ad approfondire l’argomento.

2. Quanto tempo dedichi al blog?
Essendo il nostro un blog di ricerca/approfondimento dedichiamo molto tempo. Il fatto che pubblichiamo articoli la sola domenica (da poco anche il mercoledì) è perché c’è tutto un lavoro “dietro le quinte” che porta via molto tempo (ricerca argomento, ricerca fonti, stesura articolo, ecc…). Ma lo stesso blog richiede degli aggiornamenti alla grafica, all’impaginazione e quant’altro. Quindi per farla breve, si tanto tempo!

3. Cosa cerchi di trasmettere tramite i tuoi articoli?
Il nostro obiettivo è quello di trasmettere qualcosa nel lettore attraverso l’arte, noi diamo degli “Spunti” e che devono essere colti e poi approfonditi. Lo facciamo cercando di usare un lessico non troppo difficile e alla portata di tutti. Divulgare l’arte è importante.

4. Quale argomento inspira i tuoi articoli?
Diciamo che mi sono limitato, per ora, a scrivere articoli su argomenti che mi piacciono e ispirano particolarmente, ma dovrò trattare anche argomenti che magari non sono particolarmente intriganti ma è giusto così. L’ispirazione solitamente nasce da un determinato quadro o artista [Max].
Beh, noi parliamo di arte e, fino ad ora, ho sempre scritto di cose che mi piacevano o che, conoscevo poco ma che volevo approfondire. Ora che abbiamo aperto la rubrica “Fuori Tema”, non sono più affascinata solo ed esclusivamente dall’arte, ma anche dalla musica [Malerin].

5. Sei curioso?
Si! Generalmente sono curioso quando si tratta di cultura: mi piace mettermi alla prova e vedere quanto conosco di un argomento e andare poi a colmare le lacune. Ci sono cose poi, come l’assaggiare nuovi piatti (specialmente quelli stranieri), a cui sono poco incline [Max].
Personalmente, sono molto curiosa! Sono come un bimbo: quando scopro qualcosa di nuovo, devo sempre e obbligatoriamente saperne di più…[Malerin].

6. Qual è il tuo articolo preferito? Perché?
Escludendo gli articoli che ho dedicato al Giappone (che sono al 1° posto), il mio articolo preferito è quello che ho dedicato alle ninfee di Monet, mi piace troppo l’impressionismo e in particolare la pittura di Monet, riesce a trasmettere cose che in pochi riescono [Max].
Tra gli articoli che ho potuto scrivere e pubblicare, credo che il mio preferito sia quello su Zaha Hadid: ricordarla, per me, è stato come parlare di una persona che conosci da una vita e, come avevo scritto nell’articolo, lei era il mio idolo, la persona che avrei voluto essere [Malerin].

7. Qual è il tuo libro preferito? Perché?
Non sono una persona che legge molto, diciamo che mi indirizzo a libri di arte e storici. Non leggo romanzi e quant’altro. Dei pochi che ho letto, sono rimasto colpito da Don Chisciotte della Mancia di Cervantes, forse anche perché poi ho interpretato, in uno spettacolo teatrale, il mulino a vento (non vorrei dire ma un Signor personaggio, di tutto rispetto) 😀 [Max].
Questa, per me, è una domanda difficilissima! Un’altra cosa che amo, oltre alla musica, sono i libri… quindi per me è davvero arduo scegliere! Sono propensa a dire “Il cavaliere d’inverno” di Paullina Simons perché quel libro ha la capacità di farmi piangere ogni volta che lo leggo… anche se lo so a memoria ahahaaha [Malerin].

8. Se fossi una pietanza, quale saresti?
Una domanda al quanto bizzarra, ma se dovessi essere una pietanza ne sceglierei una a cui piace alla maggior parte delle persone, la pizza. La pizza la si mangia in compagnia, con amici e parenti, per passare una buona giornata con allegria e serenità. Pizza = spensieratezza [Max].
Non ci ho mai pensato… boh, direi un piatto di maccheroni al formaggio: un piatto un po’ infantile, semplice ma che riesce (perlomeno a me) a tirarti su! [Malerin].

9. Quale immagine ti rappresenta?
https://spuntisullarte.wordpress.com/2016/04/04/il-nostro-identikit/

10. Qual è la città italiana o estera che preferisci? Perché?
Potrei essere prevedibile ma il Giappone, uno stato interessante dal mio personale punto di vista, basta nominarlo per evocare una miriade di immagini, spesso in contraddizione tra loro. Ma è l’ambiente naturale che più mi colpisce: natura caratterizzata da una molteplicità di colori brillanti, scanditi dallo scorrere delle stagioni, fatto questo molto rappresentato nell’arte e nella cultura giapponese [Max].
Questa è un’altra domanda difficile! Personalmente, sono tre le città che amo e voglio assolutamente vedere nella mia vita: Stoccolma, San Pietroburgo e Istanbul. San Pietroburgo e Istanbul sono piene di cultura… ad ogni angolo c’è qualcosa che ti lascia a bocca aperta, mentre Stoccolma … beh è bella punto ahahahha [Malerin].

11. Quali social network usi?
Io non sono un fanatico di social, diciamo che me ne basta uno per avere tutto sott’occhio, l”idea di averne tanti mi angoscia non poso. Uso Facebook, lo trovo molto comodo per stare a contatto con le persone [Max].
Nemmeno io amo molto passare il mio tempo sui social, li considero più che altro come uno “svago” in quei cinque minuti in cui non hai proprio nulla da fare. Uso Facebook per comodità, ma non mi fa impazzire… preferisco un social come Instagram, dove carico foto dei miei ricordi 🙂 [Malerin].

Le nostre domande ai blogger:

1. Quale è stata l’ispirazione che ti ha portato a scrivere questo blog?

2. In base alla tipologia del tuo blog (approfondimento, diario personale, informativo, poesie, disegni ecc…) quanto tempo dedichi alla stesura di un articolo e alla cura del blog?

3. Con i tuoi articoli / poesie / disegni, cosa vuoi comunicare ai tuoi lettori?

4. Quali sono gli strumenti che usi per pubblicizzare il tuo blog, nel vasto mondo della rete? Sempre che questo possa essere rivelato 😀

5. Come vedi il tuo blog in u futuro non molto lontano? Prevedi delle modifiche all’impaginazione, alla grafica, oppure l’aggiunta di argomenti nuovi rispetto a quelli precedenti?

6. Quanto per voi è importante l’arte (musica, cinema, fotografia, arte, spettacolo ecc…)? Provate qualche interesse nei confronti di mostre e musei?

7. Rimanendo in ambito artistico, con quale opera d’arte vi identificate?

8. Quale dei nostri articoli ti è piaciuto particolarmente?

9. Che tipo di persona sei?

10. Ti piace viaggiare? Se si, quale è stata la tua ultima meta?

11. Cosa vuoi di più dalla vita? [Non rispondere: un lucano] 😀

Blog nominati:

https://pupazzovi.wordpress.com/

https://ilmioblogpercaso.wordpress.com/

https://intempestivoviandante.wordpress.com/

https://vitadamuseo.wordpress.com/

https://storiadiunimpiegato.wordpress.com/

6 https://mentitude.com/

7 https://erospea.wordpress.com/

8 https://themasterofcook.wordpress.com/

9 https://itesoridiamleta.wordpress.com/

10 https://poesiedimarina.wordpress.com/

11 https://ninapistolina.wordpress.com/

[Ci scusiamo in anticipo per chi fosse stato già nominato]

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Scritto da Max e Malerin

La pittura monocroma di Sesshū Tōyō

Nelle scorse settimane mi sono occupato prevalentemente di arte occidentale e oggi, dopo tanto tempo, eccomi qui a scrivervi un nuovo articolo sull’arte orientale, in particolare su quella giapponese (vi prometto che tratterò anche articoli inerenti all’arte indiana).
Questa settimana ho avuto il piacere di partecipare ad una conferenza sull’arte giapponese, cui argomento è stato: “Il senso dello spazio nella pittura di paesaggio su paravento” di Rossella Menegazzo. Una conferenza molto interessante e ricca di spunti che mi hanno aiutato a scegliere l’argomento da trattare per questo articolo.
In tale conferenza è stata lungamente menzionata la pittura monocromatica e sarà l’argomento di cui tratterò oggi.
Farò una breve introduzione a questo tipo di pittura per chi si approccia all’arte giapponese da principiante e poi mi soffermerò sulla figura di Sesshū Tōyō, uno degli artisti che portò la pittura monocroma a inchiostro e il paesaggio a livelli insuperabili.

Esistono due termini per indicare questo tipo di pittura monocromatica giapponese e sono: Sumi-e (pittura a inchiostro) o Suibokuga (pittura ad acqua e inchiostro).
Questi termini indicano una pittura fatta solo d’inchiostro, una pittura fatta di pennellate rapide, di infinite sfumature di inchiostro che vanno dal bianco della carta lasciata a riserba, al nero più denso ma con infinite sfumature di grigio.
L’arte della pittura a inchiostro ebbe origine nella Cina dei Tang (618-907) e si sviluppò sotto la dinastia Song (960-1279) attraverso i cosiddetti “sei essenziali”, i caratteri fondamentali individuati da Jing Hao: soffio, ritmo, spirito, scena, pennello e inchiostro. Se l’interazione degli ultimi due elementi e delle tre nozioni collegate al sostrato intellettuale e filosofico che i pittori cinesi collegavano al paesaggio permetteva di cogliere l’essenza interna e l’aspetto esteriore dello stesso, allora il colore non serviva più e la pittura monocroma poteva imporsi e collegarsi sempre più strettamente con l’arte della calligrafia.
Il sumi-e fu portato in Giappone nel XIII secolo dai monaci zen, fiorendo in epoca Muromachi (1333-1573) soprattutto all’interno dei templi zen. I centri religiosi la usavano come supporto alla meditazione e i monaci la praticavano a diversi livelli, privatamente ma soprattutto come disciplina.
Un esempio di questo rapporto arte-religione (zen) per la meditazione, è sicuramente l’opera di Josetsu, monaco al servizio dello shōgun Ashikaga Yoshimochi come pittore ufficiale presso il Shōkokuji di Kyoto.

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Josetsu, Pescegatto e zucca, rotolo verticale, inchiostro e colore tenue su carta, 1415 circa, Kyoto

Il dipinto rappresenta in inchiostro nero e tenui colori il famoso apologo zen: “Come catturare un grosso e scivoloso pescegatto con una zucca dal collo sottile“.
Erano frasi usate dal maestro per stimolare la meditazione da parte degli allievi; questi alla cui soluzione si doveva giungere per intuizione.
Il pescatore è ritratto al centro della composizione, in primo piano rispetto al paesaggio accuratamente dipinto, mentre, curvo sulla sponda del fiume, cerca di catturare un pescegatto troppo grosso maneggiando una zucca.
La parte superiore del dipinto è occupata da 31 iscrizioni, poesia, ognuna delle quali reca alla fine, in basso a sinistra, il sigillo rosso del monaco poeta zen.

Questo filone della pittura monocromatica è caratterizzata soprattutto di vuoti, di mancanze, piuttosto che di riempimenti, di sottrazione piuttosto che di aggiunta e di linee essenziali appunto in inchiostro nero. Una pittura che inizialmente è più vicina alla tradizione cinese, in particolare al paesaggio, come potete vedere voi stessi nell’opera di Tenshō Shūbun .

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Pitture che riempiono completamento lo spazio pittorico dei paraventi con retaggi che in questo caso si rifanno a tutti i simboli del paesaggio cinese: montagne rocciose molto appuntite, con un bacino centrale d’acqua.

Prima di parlarvi di Sesshū Tōyō, vi porto un ultimo esempio, il più significativo ed evocativo di questo filone, l’opera di Hasegawa Tōhaku, che potete vedere in questa coppia di paraventi a sei ante:

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Hasegawa Tōhaku, Pini nella nebbia, fine XVI secolo, coppia di paraventi a sei ante (1° paravento), inchiostro su carta, Tokyo

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Hasegawa Tōhaku, Pini nella nebbia, fine XVI secolo, coppia di paraventi a sei ante (2° paravento), inchiostro su carta, Tokyo

Realizzati con il solo uso dell’inchiostro nero, questi due paraventi, aventi come soggetto un semplice bosco di pini, rappresentano il capolavoro della pittura monocroma giapponese. Evocano uno stato senza tempo e uno spazio profondo e dilatato.
I due gruppi di pini lunghi e sottili sono separati da un ampio spazio vuoto e nebbioso.
Due gruppi di pini lunghi e sottili, circondati dalla bruma, che in qualche caso nasconde parte dei tronchi in primo piano. Sul primo pannello del paravento di sinistra (il secondo) in alto la bruma sembra però lasciar intravedere un profilo di montagna. I tronchi sono un tratto verticale tracciato con il pennello dall’alto verso il basso, in modo libero. Gli aghi di pino, neri o quasi invisibili, apparentemente realizzati con brevi e veloci pennellate verso l’alto, sono in realtà il risultato di piccoli e continui movimenti a vortice della punta del pennello.

Sesshū fu l’artista che indiscutibilmente portò la pittura monocromatica a inchiostro e il paesaggio a livelli insuperabili, liberandosi dalla funzione religiosa che fino ad allora aveva imperato. I suoi dipinti, in formato di rotolo orizzontale o da appendere o di grandi paraventi, sono dimostrazione della sua unica ispirazione: la natura.  Sono opere di enorme impatto visivo per l’abilità nell’uso del pennello e dell’inchiostro, ora spesso e nero ora liquido e tendente al grigio, nel tracciare o accennare linee spezzate, energiche, dai contorni netti e dalla struttura equilibrata, o nel creare superfici più morbide, brumose, acquose.

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Queste due opere, realizzate su rotoli verticali, rappresentano un paesaggio in inverno e in autunno. Risalgono grosso modo al periodo in cui Sesshū torna dal suo viaggio in Cina che gli permisero di entrare in contatto diretto con la pittura paesaggistica cinese.

Realizzati con un limpido stile shin, i due dipinti, mediante vigorose pennellate che disegnano le rocce ed un sapiente uso dei toni d’inchiostro per rendere la profondità, riescono a condensare, in un piccolo spazio e per mezzo di pochi elementi, la grandezza della natura e a darci l’impressione che la forte personalità dell’artista sia infusa nella sua opera.

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Sesshu Toyo, Paesaggio a inchiostro spezzato, 1495, rotolo verticale, inchiostro su carta, Tokyo

Altra opera più tarda e di estrema raffinatezza è Paesaggio in inchiostro spezzato.
Secondo la tradizione zen, il dipinto fu creato e donato da Sesshū al suo allievo Sōen, arrivato dal tempio Engakuji di Kamakura, come una sorta di attestato per la conclusione degli studi che lo confermava artista indipendente.
In quest’opera il pittore usa magistralmente la tecnica haboku, inchiostro spezzato, che richiedeva un’estrema velocità d’esecuzione perché occorre stendere le superfici grigie di inchiostro diluito e subito dopo, prima che si siano seccate, “spezzarle” con linee o macchie d’inchiostro nero più denso.

 

Pur non essendo un’opera legata all’ambiente religioso, il dipinto dà l’impressione di una realizzazione subitanea di carattere spirituale ed emotiva.

Indubbiamente Sesshū fu un grandissimo maestro ed esercitò un ruolo chiave nella storia dell’arte giapponese. Egli ebbe un gran numero di discepoli diretti, alcuni dei quali a loro volta fondarono nuove scuole; la sua esistenza servì ad emancipare l’arte e l’artista da vincoli contingenti per innalzare il tutto ad un livello superiore di libertà; contribuì alla diffusione della civiltà cinese ed allo sviluppo culturale del Giappone; riuscì ad essere contemporaneamente uomo dinamico e determinato ed artista geniale e pieno di talento, versatile ed esperto di molte diverse tecniche.

Scritto da Max

Zaha Hadid (1950-2016)

“L’architettura deve offrire piacere. Entrando in uno spazio architettonico, le persone dovrebbero provare una sensazione di armonia, come se stessero in una paesaggio naturale, al di là delle dimensioni e del valore economico dello stesso. Proprio qui risiede il mio personale concetto di lusso: è qualcosa che non ha nulla a che vedere con il prezzo, piuttosto con le emozioni che l’architettura riesce a trasmettere”

Il giorno 31 Marzo 2016 si è spenta una delle figure femminili più importanti della storia dell’architettura contemporanea…sto parlando di Zaha Hadid. Considerata la regina dell’architettura, questa donna ha lasciato, in tutte le città del mondo, impronte del suo operato, della sua creatività e del suo genio, disseminando opere che rappresentavano il futuro e la sua concezione di spazio, fatto di strutture contorte, allungante, piegate e, spesso, fantastiche.

Zaha Hadid nasce a Bagdad nel 1950, quando questa città era ancora considerata, nell’immaginario dell’uomo occidentale, la capitale dei califfi delle Mille e una notte. Proveniente da una famiglia benestante, fin da bambina venne educata allo studio come opportunità di realizzazione personale, indirizzandosi verso le discipline matematiche e frequentando, prima, l’Università americana a Beirut e, poi, l’Architectural Association a Londra. Osservando i suoi progetti è facile percepire che, con la sua formazione, ha saputo coniugare l’estrema libertà espressiva con il rigore formale di una mente matematica.
È proprio a Londra che, negli anni ’70, si immerge in un mondo di effervescenza culturale: dalla musica alla moda, dalla img-zaha-hadid_115546987877politica ai movimenti di liberazione femminile, Londra era l’indiscussa capitale di ogni stimolo europeo.
Da bambina, aveva avuto modo di vivere, ogni giorno, a contatto con la nuova architettura che, negli anni ’60, era uno dei motivi d’orgoglio dell’Iraq ma, giungendo a Londra, poté vedere con i propri occhi edifici che saranno alla base della sua formazione, opere dei maestri come Gio Ponti e Le Corbusier. Quindi, da loro, prenderà gli elementi che stanno alla base del suo operato, del suo progetto, ossia la logica e l’intuizione.

Al centro degli scritti di e su Zaha Hadid vi è la questione dell’architettura, che non produce solo spazi, ma anche immagini. È proprio l’analisi del suo lavoro a fornire un insieme dei saperi attraverso i quali si possono comprendere gli effetti di un’architettura sul territorio. Questa trasformazione ha ridefinito il mestiere dell’architetto e ha stimolato il dibattito sulla capacità di immaginazione dell’architettura, sulla sua attrattiva visiva che spinge a riflettere sulla relazione fra arte e architettura.

Zaha Hadid non si è specializzata in un particolare settore creativo, ma progettava a trecentosessanta gradi. Aveva una personalità capace di giocare un ruolo strategico in molti ambiti dell’industria culturale contemporanea: quindi, non solo architettura, ma anche design, moda, pittura e cinema. La sua immagine coincideva con i suoi interessi e le sue passioni e, una di queste, era la moda.

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Zaha la moda la conosce, la compra e la sceglie come personale strategia di comunicazione. Tra i clienti della Hadid ci sono alcuni dei marchi più conosciuti della moda, di gioielli (tant’è che con Swarovski avrà un rapporto privilegiato) o di scarpe, sia con Melissa, colosso brasiliano delle calzature in plastica, sia con Lacoste, per cui ha progettato dei calzari e delle scarpe in serie limitata, la cui texture è una digitalizzazione del mitico coccodrillo. Per la moda ha anche collaborato con uno stilista, Neil Barrett, per la realizzazione di alcuni negozi: ha curato il progetto dello store di Tokyo e, altri a Seoul, Hong Kong, Londra e Milano.

Per quanto riguarda l’architettura, il suo studio è uno dei più importanti al mondo ed era animato dall’energia di una donna capace di esercitare tutti i compiti fondamentali di un architetto: la ricerca, l’attività sul campo e la comunicazione, sintetizzando un nuovo linguaggio e creando un metodo. Fiore all’occhiello della sua carriera in questo campo, fu l’assegnazione, nel 2004, del premio Pritzker Prize (premio che annualmente viene consegnato all’architetto vivente le cui opere dimostrano una combinazione di talento, visione e impegno, e che ha prodotto contributi consistenti e significativi all’umanità e all’ambiente), diventando la prima donna nella storia a ricevere questa onorificenza.

In Italia, sono quattro le città che possono ricordare la creatività e l’ingegno di Zaha Hadid: Milano, Salerno, Cagliari e Roma.

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Zaha Hadid, Torre Hadid (o lo Storto), rendering

La Torre Hadid, soprannominata lo Storto, è uno dei tre grattacieli previsti nel progetto CityLife, il cui scopo era quello di riqualificare, entro il 2014, la zona dell’ex Fiera di Milano. La torre, non ancora conclusa, si svilupperà per 44 piani e avrà un’altezza complessiva di 175m: dei 44 piani, 39 saranno adibiti ad uffici. Il 1° febbraio di quest’anno, i lavori sono arrivati al trentaquattresimo piano.
Caratteristica distintiva dell’edificio, da cui deriva appunto il soprannome, è la torsione che viene attenuata sempre più con l’aumentare dell’altezza, fino a raggiungere la verticalità. La lobby, alta due piani, fungerà da ingresso della piazza e della sottostante metropolitana e, sarà contraddistinta anch’essa da linee sinuose, come per la facciata.
Infine, ai piedi della torre, sarà situata una galleria commerciale.

A Salerno, Hadid ha avviato, nel 2007, la costruzione di una Stazione marittima: l’edificio di due piani è, al livello inferiore, un terminal per i traghetti locali e, al superiore, una stazione per le crociere.
La geometria del progetto, che inizia a essere visibile da più angoli della città, definisce gli spazi della stazione attraverso una struttura di cemento a vista. L’immagine a cui si ricorre per descrivere l’edificio è quella dell’ostrica, a causa dell’idea che i due livelli sembrino due gusci contrapposti.

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Il livello inferiore è stato progettato con dei vani pieni raccordati, nelle due direzioni di accesso alla stazione, da passerelle curvilinee. Quello superiore è una superficie continua più estesa, dal momento che il raggio di curvatura è più ampio: questo grande “lenzuolo” poggia su setti di cemento armato che sono veri e propri tiranti strutturali della copertura. Seppur piccola, l’architettura è agile e ha l’obiettivo di diventare una prima alternativa al porto, ormai affollato, di Napoli.

A Cagliari, la Hadid è conosciuta per il Betile, un museo mediterraneo per l’arte nuragica, edificio che venne progettato ma mai costruito.

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Zaha Hadid, Museo del Betile, rendering 

Questo edificio sarebbe dovuto diventare un punto di riferimento per le ricerche artistiche condotte nell’area mediterranea, uno spazio di dialogo e scambio fra diversi popoli e culture. Questo spazio fluttuante fra cielo, mare e terra, aveva affascinato e fatto discutere tutti i cagliaritani, che iniziarono a guardare la propria città con occhi nuovi e prospettive diverse, iniziando a domandarsi come sarebbe stata la loro città in un futuro non troppo lontano. Nel corso degli ultimi dieci anni, il Betile è diventato un sogno perduto per la città di Cagliari, che voleva diventare la nuova Bilbao del Mediterraneo.

Il progetto più maestoso e, questa volta concluso, è però quello di Roma: il MAXXI o Museo delle Arti del XXI secolo.

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È il 1998, quando il Ministero della Difesa cede l’aria delle ex caserme Montello al Ministero per i Beni e le attività culturali perchè vi realizzi un centro nazionale per le arti contemporanee del XXI secolo. L’anno seguente, viene indetto un concorso internazionale al quale giungono 300 proposte, ma sarà il progetto della Hadid ad aggiudicarsi la vittoria. Il quartiere Flaminio ha dettato alcune linee fondamentali del progetto: il sito è infatti a forma di L e, il lato est, in direzione del Tevere, corre parallelo a strade con edifici che dovevano essere conservati. Nel realizzare questo imponente edificio, Hadid ricorre al cemento armato, un segno ricorrente nella pratica del suo studio. Nel MAXXI, le pareti di cemento sono lisce e il riflesso della luce accentua la sensazione di assenza di punti di riferimento. Ha una pianta aperta, dotata di gallerie flessibili e prive di pareti che l’attraversano, nel rispetto del principio guida del flusso. Nella disposizione degli spazi, c’è un gioco di pareti curve, che crea ambienti senza limiti per gli allestimenti. Questo progetto, fa pensare ad un luogo di attualità, rappresentando un’eccezione rispetto alla museologia tradizionale. Questo fattore ha scatenato numerose critiche da parte degli addetti ai lavori, che definiscono il museo come un edificio che esibisce se stesso, “un mausoleo per l’arte nel quale è quasi impossibile esporla”. Finora, però, le mostre allestite hanno dimostrato il contrario.

Ho deciso di ricordare questa donna che, con la sua morte così prematura è riuscita a sconvolgermi: per parecchi anni, durante i miei studi di architettura, ho avuto modo di conoscere le sue opere, i suoi progetti, i suoi ideali e, leggendo numerose interviste, anche i suoi sbalzi di umore. È sempre stata il mio idolo, la mia ispirazione…se qualcuno mi avesse chiesto come volevo essere, avrei risposto lei: una donna geniale e creativa, una donna che è riuscita ad arrivare ovunque e, indipendentemente dalle critiche, a rimanere sempre se stessa.

Scritto da Malerin

 

Maurice Ravel e il celebre Boléro

Con questo primo articolo, si apre la nostra nuova rubrica dedicata al Fuori tema, dove lasceremo un po’ di spazio a tutte quelle discipline artistiche che non sono pienamente arte, che non producono un’opera pittorica o scultorea, ma che comunque lasciano una testimonianza, sia visiva, musicale o letteraria.
Da amante incondizionata della musica, ho deciso di dedicare il mio primo articolo ad un compositore francese del secolo scorso, un uomo che in sé racchiudeva la natura di pianista, scrittore, compositore e direttore d’orchestra: sto parlando di Maurice Ravel.

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Nato nel 1875 da padre di ascendenza svizzera e madre di origine basca, fin dall’età di sette anni sviluppò il suo amore e il suo interesse per la musica, avvicinandosi al pianoforte. Studiando al Conservatorio di Parigi, il nostro inesperto musicista poté conoscere altri giovani compositori che, come lui, avevano trovato la propria strada nel mondo della musica. Già in quegli anni, compose le prime pagine di alcune opere vocali da camera e i primi pezzi per pianoforte. Dal 1898 si iniziarono ad eseguire, in tutta Parigi, le sue opere, considerate troppo rivoluzionarie sia dal pubblico che dalla critica e, forse anche per questo motivo, Ravel non riuscì mai a vincere il premio Prix de Rome, una borsa di studio istituita dal governo francese per premiare tutti gli studenti meritevoli nel campo delle arti. Questo disprezzo verso le sue opere innovative lo portarono ad abbandonare l’ambiente “ufficiale”, per dedicarsi unicamente alla composizione, tant’è che ricomparve come interprete della propria musica solo in un breve periodo, tra il 1920 e il 1930. Dal 1927, però, iniziò a soffrire di una leggere demenza che divenne progressiva e gli impedì, gradualmente, di parlare, di scrivere e di suonare e, gli ultimi anni della sua vita li passò così, senza poter esprimere il proprio vero io.

Maurice-Ravel_2Ravel fu un musicista dalla forte individualità, ma deve i fondamenti del suo linguaggio alla conoscenza delle opere debussiane degli anni Novanta dell’Ottocento, tant’è che fu considerato una sorta di seguace di Debussy. La sua produzione non fu abbondante, ma ogni opera era il frutto di una lunga ed intensa maturazione, che sottostava al suo forte spirito di critica e alla sua impeccabile tecnica. La sua formazione derivava dall’assimilazione di numerosi stili, non solo quelli a lui più vicini, come il jazz, ma anche molti aspetti derivanti dalla tradizione, come la musica rinascimentale e barocca o il folklore, da cui deriveranno i suoi omaggi alla musica tradizionale spagnola (tra cui il famoso Boléro del 1928). Questa tendenza ad assimilare i vari stili, che non è assolutamente presente in Debussy, è un chiaro sintomo del cambiamento dei tempi: nelle mani di Ravel, la musica sembra rinnovare il suo statuto estetico e, da strumento di manifestazione dei moti dell’animo diventa, a poco a poco, uno strumento di elaborazione del lessico musicale. Come diventerà tipico nella musica colta del Novecento, il linguaggio musicale tende ad assolutizzarsi, trasformandosi da strumento dell’espressione a contenuto dell’espressione.

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Ravel (al piano) e il direttore d’orchestra Paul Whiteman

Ravel è un compositore che identifica la sua personalità di artista nel piacere della scrittura: aveva una maniacale coscienza del suo status di artigiano della musica, al punto che Stravinskij arrivò a definirlo “un orologiaio svizzero” per la sua abitudine di consegnare, al pubblico, opere totalmente rifinite, pulite fin  dei minimi particolari. Arrivò ad interessarsi ad ogni aspetto della scrittura musicale e, soprattutto, il trattamento dell’orchestra che esaltava al massimo la sua creatività.

Di lui ricordiamo le opere dalle movenze spagnolesche, come l’Heure espagnole e la Rapsodia orchestrale; ricordiamo il concerto per pianoforte e orchestra de L’enfant et les sortilèges, scritto per la sola mano sinistra perché destinato a Paul Wittgestein che perse il braccio destro durante la Prima Guerra Mondiale; ricordiamo il suo amore per il valzer viennese, che riportò nell’opera Valses nobles et sentimentales per il pianoforte e ne La valse per l’orchestra e, il suo amore per le armonie blues riportate nella Sonata per violino e pianoforte del 1927 ma, soprattutto, il nome di Ravel è associato al famoso Boléro.

Il Boléro è uno degli ultimi brani scritti da Ravel: è un brano per orchestra in do maggiore composto nel 1928 come musica per balletto, commissionata al compositore dalla danzatrice russa Ida Rubinstein e da lei stessa messo in scena all’Opéra di Parigi.
Il brano, che ha un movimento dal ritmo e tempo invariabili, ha una melodia uniforme e ripetitiva, che cambia soltanto per quanto riguarda l’orchestrazione, con un crescendo progressivo fino alla fine. A questo proposito, lo stesso Ravel disse:

“È una danza in un movimento moderato e uniforme, sia per la melodia, sia per l’armonia e il ritmo quest’ultimo suonato, senza interruzione, dal tamburo. Il solo elemento di diversità è dato dal crescendo orchestrale”

Quest’opera così particolare, che Ravel considerava come un semplice esercizio e studio d’orchestrazione, fin dall’inizio divenne molto famosa al punto che, ancora oggi, è uno dei brani più eseguiti al mondo.
La storia del Boléro iniziò nel 1927, quando Ida Rubinstein commissionò a Ravel un balletto dal carattere spagnolo. Il compositore, entusiasta per questa commissione, decise di orchestrare sei pezzi estratti dalla suite per pianoforte Iberia del compositore spagnolo Isaac Albéniz, i cui diritti, però, erano di proprietà dell’allievo di Albéniz, Enrique Arbòs. Così Ravel, che aveva già incominciato a lavorare al pezzo, stava quasi per abbandonare il progetto. Da qualche tempo, però, stava pensando di scrivere un pezzo sperimentale senza una forma vera e propria, senza uno sviluppo e senza modulazioni, con solo il ritmo e l’orchestra…e così, nacque il Boléro.

Composto tra il luglio e l’ottobre 1928, venne messo in scena da Ida al Teatro Nazionale dell’Opéra, di Parigi, il 22 novembre 1928, sotto la direzione orchestrale di Walther Straram.

La storia è ambientata in un bar spagnolo dove Ida Rubinstein aveva il ruolo di una danzatrice di flamenco.

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Dato il successo che questo pezzo ebbe fin da subito, fu eseguito anche come brano da concerto distaccato dal balletto. Questo, però, portò a differenti interpretazioni del brano stesso, tanto che in diverse riprese Ravel volle precisare le sue intenzioni riguardo a esso, affermando che il Boléro doveva essere eseguito in un tempo unico dall’inizio alla fine, senza prescindere dalle melodie arabo-spagnole.
L’estratto da concerto venne scritto per l’orchestra sinfonica e pubblicato nel 1929: constava in ottavino, due flauti, due oboi, corno inglese, tre clarinetti, due fagotti, controfagotto, tre sassofoni, quattro corni, quattro trombe, tre tromboni, tuba, arpa, celesta, batteria (due rullanti, tre timpani, grancassa, piatti a due e tam- tam) e, infine archi. Nello stesso anno, Ravel fece altre due riduzioni per pianoforte, riduzioni che, però, non sono molto eseguite in pubblico.

Secondo alcuni, nel Boléro c’è una rinuncia, da parte di Ravel, alla musica tonale mentre, altri ancora, vi vedono nella ripetizione meccanica e nel crescendo, un’opera piuttosto tormentata…personalmente, io credo che sia una delle opere più geniali che siano mai state scritte.

Vi lascio con questo simpatico video realizzato nel 2013 dall’Orchestre national d’Ille-de-France, che ha deciso di mettere in scena il Boléro di Ravel con un flashmob (ben riuscito) nella Stazione Saint Lazare a Parigi.

Scritto da Malerin