Emilio Vedova: la vitalità dell’espressione

“Sono figlio di Tintoretto, come sono figlio di Goya, di Daumier e del Picasso di Guernica, dell’espressionismo e di Dada Berlino […] Ho voluto riepilogare il momento della paura, la paura di ieri e la paura di oggi: questo è il significato del mio messaggio, l’esaltazione della tecnologia, alienante, per la difesa dell’uomo, della sua integrità e di tutta la sua umanità.”

Quest’anno si celebra il decimo anniversario della morte di Emilio Vedova, uno dei più originali e indiscussi protagonisti italiani per quanto riguarda l’arte informale europea. Nato nel 1919 a Venezia, da una famiglia operaia, dimostra, fin dagli anni Trenta, uno spiccato talento che esercita da autodidatta: abilissimo nell’arte del disegno, realizzerà una serie di vedute architettoniche della sua amata città.
Nonostante il suo interesse per l’arte futurista, Vedova, da anti-fascista convinto, fa parte di quella generazione che desidera superare tutte quelle lacune scaturite durante il Ventennio, esercitando un’attività artistica impegnata, fautrice di rinnovamento, che trova le sue radici nella partecipazione attiva alla vita politica e civile e, per questo motivo, deciderà di partecipare alla resistenza tra il 1944 e il 1945.

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Emilio Vedova, Il mondo sulle punte, 1945-1946, olio su tela

Già dal 1946, il suo nome figura tra i componenti firmatari di numerosi movimenti artistici italiani del periodo post-bellico: firmerà, a Milano, il manifesto Oltre Guernica e, nello stesso anno, figura tra i componenti di un altro movimento, questa volta veneziano, che è la Nuova Secessione Italiana, che gli permetterà di entrare a contatto (e successivamente di entrare a far parte) con il Fronte Nuovo delle Arti, focina del movimento informale, nella cui arte si mescolano astrazione e realismo. Sotto l’influenza di questo gruppo, parteciperà, per la prima volta, alla Biennale di Venezia, che lo vedrà più volte protagonista.
Nelle opere di questo periodo, Vedova esprime la propria visione soggettiva della realtà, attraverso un linguaggio che tenta di accordare la sua passione futurista con le esperienze dirette che fece dell’espressionismo degli anni ’30. Questo linguaggio interpreta la tela come una dimensione da conquistare, una dimensione in cui si possono compiere riflessioni esistenziali, in cui lo spazio si fa psicologico e drammatico, divenendo il testimone della cultura umana.

Nel 1952, partecipa per la seconda volta alla Biennale di Venezia: in questa occasione, le sue opere non vengono più esposte con quelle del gruppo, ma separatamente in una sala a lui dedicata. Il 1952 è anche l’anno in cui entra a far parte del Gruppo degli Otto, abbracciando così il movimento informale e, suggestionato dall’espressionismo astratto, realizzerà alcuni dei suoi più celebri cicli, come il ciclo della Protesta e il ciclo della Natura.

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Questi due cicli sono un atto di rinuncia politica, in cui l’autore mette da parte il formalismo e la forte geometria che caratterizzava il suo periodo precedente (vedi “Il mondo sulle punte” del 1946) e da libero sfogo ai suoi gesti pittorici esplosivi, con pennellate di colore che creano dinamismo e articolazione spaziale. La sua è una gestualità potente e sensuale, ma spesso aggressiva. La tela, viene vista da Vedova in maniera quasi “pollockiana”, ossia estensione del suo corpo, del suo gesto, ed è attraversata non solo dai colori bianco e nero, ma al suo interno porta i colori della sua Venezia, come il giallo e il rosso.

Vedova arriverà a dire:

“Alla fine degli anni ’50, passo da una crisi, mi ribello contro la geometria, il rigore dei miei quadri e cerco di far vibrare il mio lavoro in una maggiore spontaneità. Ora non mi preoccuperò più di tagliare profili netti, angolature esatte di luce e ombra, ma del mio intimo, da cui scaturiranno luce e ombra.”

L’epoca degli anni ’50 e ’60 è la più conosciuta delle opere di Vedova, poiché sono anni di grande sperimentazione: nel 1961 realizzerà, per il teatro La Fenice, le scenografie e i costumi per l’opera Intolleranza-60 di Luigi Nono (con la quale collaborerà anche nel 1984 per il Prometeo), ma vedranno la luce anche i primi Plurimi, opere materiche appoggiate a supporti vaganti che invadono lo spazio e il pavimento. Di questo ciclo, che chiamerà appunto Plurimi, Vedova realizzerà prima quelli veneziani, poi quelli berlinesi, tra cui il set dell’Absurdes Berliner Tabebuch del 1964.

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Negli ani ’70, Vedova vive un periodo di riflessione, forse anche a causa di alcune difficoltà di natura fisica. Le sue opere, in questo periodo, si connotano di una diversa tipologia tecnica: siamo ancora in presenza di dipinti Plurimi, ma stavolta, non sono più espressione della pittura e del suo gesto, ma si tratta di una pittura contenuta entro binari di acciaio, su cui possono scorrere forme in movimento (la moglie, Annabianca, li definirà, nella biografia dedicata al marito, come “collage in movimento”). Quindi, queste sono forme che si possono muovere e che hanno una valenza materica.
Risalente anch’esso agli ani ’70, è un altro ciclo poco conosciuto che prende il nome di Carnevali, ciclo che venne mostrato un’unica volta durante la vita dell’artista ad una mostra a Rivoli. Questo tema, legato alla sua Venezia e pieno di ambiguità, venne visto da pochi amici e collaboratori, tra cui l’amico filosofo Massimo Cacciari, che scriverà il catalogo per la nuova mostra di Rivoli, tenuta nel 1998.

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Negli anni ’80, Vedova ricomincia a sperimentare e a usare il colore su grandi formati, che lui chiamerà teleri. Nel 1981, compirà un viaggio in America Latina: già nel 1954 aveva potuto ammirare le bellezze ma anche la difficile realtà del Brasile, ma in questo caso, rimane colpito dalle meraviglie che il Messico ha da offrigli, tant’è che impressionato dai muralisti messicani, Vedova ricomincerà a usare il colore nelle sue grandi tele.
Ritornato da questo viaggio, non aggiungerà solamente questa novità, ma deciderà di provare un nuovo formato, più spettacolare: il cerchio. Nel ciclo Dei dischi, dei tondi e degli Oltre, il perimetro del cerchio e la superficie decorata con accesi contrasti tra il bianco e il nero, e le violente pennellate di rosso, evocano un’instabilità spazio-temporale della vira umana.

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L’attività artistica di Emilio Vedova finisce pochi giorni prima che lui morisse.
Quando era ancora in vita, si era già pensato ad una mostra postuma, le cui tracce si ritrovano in una serie di lettere scritte dall’artista a Palma Bucarelli, ritrovate solo molto più tardi ma datate 1964, periodo in cui Vedova si trovava a Berlino. Questa mostra venne poi pensata in collaborazione con l’artista proprio pochi giorni prima che lui morisse, nel 2006. Oggi, a ricordo della sua intensa produzione e della sua libertà creativa, opera la fondazione Emilio e Annabianca Vedova, che vi invito a visitare http://www.fondazionevedova.org/ .

In conclusione, a dieci anni dalla sua scomparsa, Emilio Vedova va ricordato poiché dette al segno e al gesto la loro massima libertà, impegnandosi in una battaglia di impegno civile e politico; va ricordato perché non solo era ed è un punto fondamentale di riferimento per gli artisti italiani, ma anche internazionali, soprattutto per la Germania: tutti gli artisti che sono entrati a far parte del neo-espressionismo tedesco hanno un debito di riconoscenza nei suoi confronti e nei confronti delle sue opere, ma la cosa più importante di questo grande artista era la sua grande voglia, quasi violenta, di fare arte.

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Scritto da Malerin

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