Dürer e il trittico Meisterstiche

Grande pittore, incisore, matematico e trattatista, con la sua versatilità, Albrecht Dürer viene considerato il massimo esponente della pittura rinascimentale tedesca.
Dotato di talento artistico fin dalla giovane età, entrò, come praticante, nella bottega del padre orefice ed è qui che iniziò a familiarizzare con le tecniche di incisione dei metalli che, più tardi, daranno frutto ai suoi più celebri lavori a bulino e acquaforte.
Al padre viene attribuito anche il suo amore per i grandi maestri fiamminghi, come Jan van Eyck e Rogier van der Weyden, il cui studio contribuirà, insieme a quello per gli artisti italiani, alla nascita di un proprio stile che supererà la pittura gotica che caratterizzava la Germania di fine Quattrocento.

Durante i suoi lunghi viaggi per l’Europa, la sua fama viene spesso associata alla sua abilità di ritrattista, nelle cui opere dimostra una notevole capacità di approfondimento psicologico, come si può vedere nell’Autoritratto con i guanti del 1498.

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Albrecht Durer, Autoritratto con i guanti, 1498, Madrid, Museo del Prado

In questo dipinto a olio, l’artista si ritrae a mezza figura, voltato verso destra e con lo sguardo rivolto allo spettatore: Dürer si mostra, qui, nei panni del gentiluomo, raffinato ed elegante, che riflette la sua consapevolezza di appartenere ad una aristocrazia intellettuale, ad uno status di pittore in quanto artista e non come artigiano.
Estremamente curata è l’acconciatura resa in fitti ricci lunghi e biondi, la barba definita con precisione e i vestiti scelti con cura, che lo dipingono come un giovane colto ed elegante, degno di far parte delle classi sociali più elevate.

Albrecht Dürer, però, è stato apprezzato, ancor più che come pittore, come incisore. Nelle sue opere, comprendenti circa 340 xilografie, bulini e acqueforti, emerge una complessità tecnica e un’elaborazione iconografica singolare. Erasmo da Rotterdam arriverà ad affermare che Dürer ha superato Apelle perché, per creare, non aveva bisogno del colore ma solamente di alcune linee nere. La sua abilità di incisore raggiunge l’apice in tre stampe, eseguite tra il 1513 e il 1515, conosciute anche come incisioni maestre e facenti parte di un trittico, il trittico Meisterstiche. Queste tre stampe sono Melencolia I, il Cavaliere, la morte e il diavolo e San Girolamo nella cella.

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Albrecht Durer, Trittico Meisterstiche, 1513-1515, Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle

Le tre incisioni, sebbene non legate dal punto di vista compositivo, rappresentano tre esempi di vita diversi legati, rispettivamente, alle virtù morali, intellettuali e teologiche. Questa distinzione trova le sue radici nella tradizione classica riletta in chiave cristiana; infatti, queste tre virtù vengono spesso affiancate alle virtù teologali.
Le tre incisioni si presentano ricche di particolari e il loro significato va cercato nell’insieme che intendono comunicare: ciascuna incisione, sembra rimandare ad una visione del mondo che possiamo definire tipica dell’umanesimo cristiano.
Le tre lastre sono realizzate a bulino, una tecnica di incisione cava che non prevede la morsura di acidi per scavare il solco nella lastra ma, il segno è ottenuto tramite l’azione dello scalpello che asporta il metallo, conferendo alla stampa un segno netto e preciso.

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Albrecht Durer, Melencolia I, 1514, Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle

Melencolia I ritrae una figura femminile alata seduta, in atteggiamento pensoso, presso un muro in prossimità di uno specchio d’acqua. La donna è circondata da strani oggetti, di natura disparata e appartenenti tutti al mondo alchemico, lasciati in totale disordine: una bilancia, una clessidra, attrezzi da falegname, un solido geometrico (un troncato romboedrico), una campana, un coltello e una scala a pioli. Accanto a lei ci sono anche un putto e un cane scheletrico addormentato. Altri simboli, che si ritrovano nell’incisione, associabili al sentimento della malinconia possono essere la cometa e l’arcobaleno, posti sullo sfondo.
L’atteggiamento della donna, con la testa appoggiata alla mano stretta a pugno, è assorto e pensoso: sul suo volto si possono notare i segni tipici della malinonia, al quale allude anche il titolo riportato in alto a sinistra.
L’opera, simbolicamente, rappresenta, in termini alchemici, le difficoltà che si incontrano nel tentativo di tramutare il piombo, assimilato alle anime tenebrose, in oro, ossia le anime splendenti.

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Albrecht Durer, particolare del Quadrato magico, 1514

In questa incisione compare anche un elemento particolare, un quadrato magico: la somma dei numeri posti orizzontalmente, verticalmente e in obliquo da sempre lo stesso risultato, 34; 34 è anche il risultato ottenuto sommando i numeri dei quattro settori quadrati in cui si divide il riquadro, la somma dei quattro numeri al centro e dei numeri posti agli angoli. Inoltre, se si prendono i numeri centrali dell’ultima riga, si legge il numero 1514, anno in cui è stata creata l’opera.

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Albrecht Durer, Il cavaliere, la morte e il diavolo, 1513, Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle

Il cavaliere, la morte e il diavolo chiude la serie delle ricerche del maestro circa l’anatomia del cavallo: in questo gruppo, il maestoso animale visto di profilo, ha il ritmo, le proporzioni e il modellato di un monumento equestre e ricorda il Monumento di Bartolomeo Colleoni del Verrocchio che Dürer poté vedere a Venezia. Il cavaliere, si ispira alla figura del soldato cristiano nel Miles christianus di Erasmo da Rotterdam, che deve affrontare tre sleali nemici, la carne, il diavolo e il mondo. Chiuso nell’armatura della fede, il cavaliere affronta coraggiosamente la morte che tenta di spaventarlo mostrandogli una clessidra simbolo del tempo che gli rimane da vivere, e un mostruoso diavolo, che lo insegue impugnando un’alabarda. Le fattezze del diavolo e della morte sono mostruose, l’uno con muso da maiale e corna demoniache, l’altra in forma di cadavere a cavallo.
I dettagli naturalistici sottolineano la bravura e la perfetta padronanza che Dürer ha del bulino. In basso a sinistra, vicino al memento mori di un teschio, si vede una lastra, su cui compare il monogramma dell’artista e la data di creazione dell’opera, preceduta della lettera “S” di Salus, Salvezza.

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Albrecht Durer, San Girolamo nella cella, 1514, Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle

La rappresentazione di San Girolamo era assai frequente nel Rinascimento e, nelle opere di Dürer ricorre più volte, prima in una xilografia del 1492, poi in uno studio a penna del 1511 e infine sarà oggetto di un altro dipinto, datato 1521. Il santo viene qui rappresentato nel suo studio: una piccola cella ordinata, pervasa da una luce soffusa che entra dalle grandi finestre. La costruzione prospettica, la scelta e la disposizione degli oggetti, la posizione del protagonista, il suo abbigliamento modesto servono a conferire alla scena un’atmosfera di contemplazione, di serena beatitudine, che è l’aspetto più originale dell’incisione.
In primo piano si notano il fedele leone e un cagnolino. Tra i numerosi riferimenti simbolici spicca anche il teschio appoggiato sul davanzale della finestra, chiaro memento mori.

Grazie alle sue capacità di incisore, l’opera di Dürer divenne un tramite fondamentale tra la cultura figurativa nordica e quella del rinascimento italiano.

Scritto da Malerin

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